Celli e la lettera al figlio sull'espatrio
posted by SerenaAdesso @ - lunedì, 30 novembre 2009
di Federica Sgaggio
Con una di quelle operazioni che francamente fatico a giudicare limpide, Repubblica pubblica oggi una lettera che Pierluigi Celli, ex direttore generale Rai e ora direttore generale della Luiss, scrive al figlio laureando. 

Dal contesto della lettera escludo che la pubblicazione sul quotidiano fosse l'unico modo che questo padre aveva per dire al figlio ciò che gli stava a cuore, e cioè, in estrema sintesi, «figlio mio, lascia l'Italia, che è un Paese di merda». 

«Merda» non lo dice, ma il succo è questo. 
Qui, gli dice, c'è una «Società» (non ho capito la maiuscola) «divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza». 

E uno dice: mmh, però, il compagno Celli. 

Ma mi domando: se questa disperazione vale per il figlio di Celli, cosa dovrebbe valere per il mio, allora? 
Cioè, in soldoni: come ti permetti di scrivere una lettera disperatissima a un giornale quando poi tu, per il solo fatto di avere una rete di relazioni che la tua carriera mi autorizza a supporre estese e consolidate, potresti aiutare tuo figlio a cercar lavoro ovunque, qui e all'estero, e potendolo mantenere ovunque senza sacrificio? 

Io se fossi tuo figlio mi arrabbierei: papà usa un giornale per dirmi della cose che dovrebbe dirmi di persona. 
Oppure, variante: papà ripete sul giornale le cose che mi dice ogni giorno a casa mentre mi lavo i denti. 
Insomma: che operazione è mai questa di Repubblica? 
D'altra parte, sulla homepage Saviano un giorno sì e l'altro pure tiene discorsi alla nazione sui quali poi viene aperto il televoto come se il giovane retore fosse il presentatore di Canzonissima e noi da casa fossimo tutti «piccoli fans» come la vecchia trasmissiome di Sandra Milo. 

Ma tant'è: non siamo più cittadini che hanno sedi proprie per dir quel che politicamente pensano e vorrebbero. Abbiamo bisogno degli spazi-marketing comprati dal (o venduti al; o appaltati al) brand Saviano sulle pagine di un'agenzia cartacea e online di manipolazione del consenso. 

Ma poi leggi una frase. 
Una frase di Celli, intendo. 
E capisci tutto. 
Capisci che la sinistra che intendono farti digerire - dalle pagine di Repubblica, ma mica solo - è una forma attenuata di destra, come in un vaccino. 

Le affermazioni sono queste: (il nostro) «è anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. 
E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e cosìcostringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio». 

Per quel che ho da dire, la prima frase rileva solo per fare contesto. 
La seconda significa due cose. 

La prima è che Celli s'è dimenticato della gente che i patrioti della Cai hanno lasciato a casa. 
La seconda è che la sua idea - e se questa è la sinistra, ridatemi Andreotti, per favore - è che se un dipendente non percepisce a rischio il proprio posto di lavoro non lavorerà mai nel modo in cui dovrebbe. 
Vorrei tanto consolarlo, povero Celli; dirgli che no, io ho sempre lavorato anche se pensavo che i miei giornali non fossero a rischio di chiusura. 
E vorrei anche dirgli che ho lavorato tanto anche nei giornali che a rischio di chiusura sembravano essere. 
Come quello di proprietà di suo fratello, per esempio. 

Dove non c'era collegamento all'Ansa, i redattori assunti erano quattro per fare un intero giornale locale, il giorno di riposo non esisteva («sapete com'è, abbiamo appena aperto»), si lavorava per oltre dodici ore al giorno, e il sindacato non c'era; il tentativo di elezione di un cdr - si narra, ma io non c'ero già più - è stato scoraggiato con sistemi di dissuasione informali ed efficaci. 

Il mio contratto era a tempo indeterminato, ma mi sono dimessa, preferendo un contratto a tempo determinato - tre mesi - altrove. 
Se questo è il destino a cui il figlio di Celli - parlo di Pier Luigi - è atteso, gli consiglio di fare come consiglia papà: prendere e andare all'estero. 
Su, forza.
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MOBILITAZIONE DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DEI PRECARI E DEGLI STUDENTI
posted by Precariementi @ - giovedì, 26 novembre 2009
img_9632-13Oggi 20 Novembre una grande assemblea di precari e di studenti, provenienti da tutta Italia, si è riunita alla Sapienza per rilanciare – a partire dalle molteplici iniziative di lotta organizzate in questi mesi nei vari atenei e scuole – un percorso ampio di mobilitazione che rimetta al centro la lotta contro il progetto di dismissione dell'università e che rivendichi un nuovo sistema di garanzie sociali all'altezza delle sfide poste dall'attuale mondo del lavoro. Ad un anno di distanza dall'esplosione dell'Onda, siamo ancora fermi nel nostro rifiuto della crisi economica: noi la crisi non la paghiamo, vogliamo fin da subito riappropriarci del nostro futuro e della ricchezza sociale che ci viene quotidianamente sottratta.

Per queste ragioni chiediamo, in primo luogo, il ritiro immediato del DDL Gelmini – presentato mediaticamente come disegno “innovativo” di riforma dell’Università – che rappresenta palesemente un progetto di riproposizione e cristallizzazione di tutti gli elementi negativi del sistema universitario, denunciati più volte dal movimento dell’Onda:

- non risolve in nessun modo il problema della precarietà né del ricambio generazionale – come propagandato dal Governo – aumentando, invece, il fossato tra tutelati e non tutelati, tra chi è dentro e chi è fuori dal sistema di garanzie sociali;

- non interviene sulla governance degli atenei per innovarla, ma per chiudere i già irrisori spazi di democrazia e partecipazione delle differenti componenti accademiche e consolidare e rafforzare il potere delle corporazioni responsabili del fallimento dell'università pubblica negli ultimi 30 anni;

- indebolisce ulteriormente il diritto allo studio, chiedendo agli studenti di indebitarsi “all'americana” attraverso lo strumento del prestito d’onore, mentre la crisi globale – che mostra il fallimento di un sistema fondato sull'indebitamento – richiederebbe una netta inversione di tendenza e di maggiori investimenti per garantire a tutti l’accesso ai livelli più alti dell’istruzione superiore;

- completa il processo di de-strutturazione e riduzione dell’Università pubblica prefigurando, quindi, un'università complessivamente più piccola, che non risponde alla domanda di maggiore conoscenza e competenze che il nostro paese dovrebbe considerare centrale per le proprie politiche di sviluppo; con l'entrata dei privati negli organi di governo si regalano gli atenei ai poteri locali, senza che questi diano nessun contributo alla crescita dell'università;

- restituisce alle lobby accademiche il controllo sui concorsi, senza incidere sulle pratiche clientelari e mettendo in competizione i precari e gli attuali ricercatori; servirebbe, invece, un piano straordinario di reclutamento, con un numero consistente di concorsi che diano opportunità reali a chi garantisce il funzionamento quotidiano della didattica e della ricerca nei nostri atenei;

- nasconde il progetto di smantellamento selettivo dell'università dietro il paravento della valutazione dei meriti individuali; tuttavia, non si può far finta di non sapere che precarietà e ricattabilità rendono impossibile una valutazione trasparente delle capacità delle persone; la valorizzazione del merito non può prescindere da un serio investimento (anche e soprattutto economico) sulla qualità della didattica e della ricerca e sulla garanzia di autonomia sociale di chi studia, di chi insegna e di chi fa ricerca nelle università. In assenza di tali garanzie, nel contesto Italiano, l'insistenza da parte governativa sul merito si risolve in uno strumento di ulteriore ricatto per i precari. La retorica dell'efficienza e della meritocrazia altro non è che uno strumento per dequalificare ulteriormente il sapere, per stratificare e declassare la forza lavoro.

Specularmente, il taglio dei finanziamenti per la scuola contenuto nella legge 133 di 8 miliardi di euro e la legge 169 con la cancellazione delle compresenze e del modulo determinano un netto peggioramento della qualità della didattica e producono migliaia di licenziamenti. A questo si aggiunge il progetto di legge Aprea che, se approvato, porterebbe l'ingresso dei privati nelle scuole e sarebbe causa  di  una  assurda gerarchizzazione della classe docente con la repressione della libertà di insegnamento e dell'autonomia dei docenti. Allo stesso modo, la volontà di aziendalizzare la scuola uccide l'emancipazione culturale degli studenti. Il protagonismo del movimento dei precari della scuola, dei genitori e degli studenti di questi ultimi mesi si salda naturalmente con la lotta che parte dalle università per costruire una grande risposta unitaria di tutto il mondo della conoscenza contro l'attacco mosso da governo.

In un contesto di forte crisi sociale e produttiva, l’investimento politico ed economico sulla Scuola, sull'Università, le Accademie, i Conservatori e sulla Ricerca come beni comuni dovrebbe essere il principale strumento per il rilancio del paese, fondato sulla qualità della vita delle persone e che sappia andare oltre i limiti del modello fallimentare imposto dall'attuale classe dirigente ed imprenditoriale. L'attacco alla Scuola e all'Università al quale stiamo assistendo è parte di un'aggressione più generale, tanto più anacronistica proprio perché cade nel pieno del fallimento delle politiche di smantellamento dello stato sociale condotte negli ultimi tre decenni.

Non è un caso se l'Onda ha fatto breccia nell'immaginario: ha saputo, infatti, esprimere i bisogni e i desideri di una nuova generazione. La generazione dell'Onda ha mostrato, nel cuore della crisi globale, che in una società della conoscenza l'accesso pubblico all'università e la qualità del sapere, sono degli elementi di nuova e piena cittadinanza. Oggi, alla luce del nuovo progetto di riforma e assunto il definitivo fallimento del modello del 3+2, pensiamo sia ancor più centrale riaprire, in tutti gli atenei, la lotta per l'accesso e per la qualità del sapere, per l'abbattimento delle forme di blocco, di selezione e di segmentazione dei percorsi formativi (numeri chiusi, test d'ingresso, percorsi d'eccellenza), per la rivendicazione di spazi di decisione sulla didattica e sulla ricerca e di autogestione dei percorsi formativi.

Scuola, Università, Accademie, Conservatori e Ricerca sono parte di un modello innovativo di welfare che sappia rispondere alle attuali forme di sfruttamento. La continuità del reddito, l'accesso alla casa e alla mobilità sono bisogni ormai imprescindibili. Solo rispondendo al problema della precarietà di chi studia e lavora nei luoghi della conoscenza con la definizione di un nuovo welfare, si oppone una risposta al governo che non sia corporativa, ma che sappia parlare all'intera società e attraversarla. Per queste ragioni riteniamo decisivo rilanciare nelle prossime settimane una campagna, in tutte le città, per rivendicare forme di erogazione, diretta ed indiretta, di reddito per gli studenti e i precari, che vada nella direzione del rifiuto delle forme di precarizzazione.

Per questo, da oggi, studenti e lavoratori precari lanciano una vera e propria campagna di mobilitazione che unifichi le lotte portare avanti nelle scuole e nelle università e che, a partire da questa Assemblea nazionale, abbia il passo abbastanza lungo da mettere in discussione il percorso di questo DDL e porre all'ordine del giorno nazionale l'elaborazione di un nuovo sistema di welfare all'altezza delle sfide della società della conoscenza.

Si propone di:

- organizzare iniziative di mobilitazione sui territori, in forme molteplici, il 2 dicembre;


- in occasione dell'11 dicembre vogliamo generalizzare lo sciopero e assediare il Ministero, a partire dalla mobilitazione già lanciata dai coordinamenti e dai precari delle scuole e dai sindacati;


- assediare il Parlamento in concomitanza con il calendario di discussione e votazione del DDL;


- organizzare una grande manifestazione nazionale a Roma a inizio marzo che, partendo dalla difesa e dal rilancio dal mondo della conoscenza, coniughi la necessità di eliminare la precarietà lavorativa ed esistenziale con il contrasto delle migliaia di licenziamenti giustificati pretestuosamente con la crisi rivendicando un nuovo sistema di welfare fondato sulla continuità di reddito per tutti, l'accesso alla mobilità alla casa e ai servizi.


Assemblea nazionale dei precari e degli studenti


Roma, 20/11/2009

in: università, mobilitazione, terziario avanzato
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BASTA FARE CASSA A NOSTRE SPESE
posted by Precariementi @ - martedì, 24 novembre 2009

[Riprendiamo un post di Anna Soru pubblicato sul sito di Acta, Associazione Consulenti Terziario Avanzato].


Sul sole 24 ore di oggi 19 novembre in un articolo di Dino Pesole a pagina 6 di commento alla finanziaria si parla della necessità di drecuperare 8 miliardi per una serie di proposte in lista di attesa, tra cui alcune inderogabili. L’articolo a questo proposito dice “Tra le ipotesi dell’ultima ora spunta l’aumento dell’1,2% delle aliquote contributive dei parasubordinati.”

ANCOOOORAAAA!

Nel 2010 è già previsto un aumento dell’1% dei contributi, dovrebbe invece essere del 2,2%?

scarica il Comunicato Stampaicon 22 novembre 2009  English Versionicon Press Relaase 22.11.2009

scarica il documento che fa il punto sulla situazione  icon Lo scandalo della gestione separata 11_2009

L'allarme di ACTA pubblicato sul blog generazione pro pro del corriere  dove potete leggere anche  intervento Soresini e intervento Sasao

Questa citazione è coerente con quanto riferito da Michele Tiraboschi venerdì 13 novembre 2009 a Milano in occasione del convegno "Domanda di lavoro e retribuzioni", in cui ha anticipato  alcune operazioni in corso, tra cui l’aumento dei contributi previdenziali finalizzato ad innalzare i sussidi di disoccupazione per i collaboratori e allargare la platea degli aventi diritti.

Da quanto sopra non è chiaro chi rientri nella definizione di parasubordinati.

Ci auguriamo che non includa le partite IVA, dato che non hanno alcun diritto ad ammortizzatori sociali.

In ogni caso ci sembra indecente proporre un ulteriore aumento previdenziale ad una categoria vessata da contributi elevati e cresciuti a dismisura negli ultimi anni, che solo teoricamente sono per i 2/3 a carico delle aziende, ma che nella realtà sono molto spesso  stati trasferiti ai collaboratori attraverso una diminuzione dei compensi . Infine se è una misura di emergenza per lavoratori in difficoltà , non possono essere questi ultimi a finanziarla, come d’altra parte accade normalmente per gli ammortizzatori in deroga.

Per chi non l'ha vissuto sulla propria pelle aggiungo una rapida sintesi degli ultimi aumenti: 

+ 3,8% nel 2003, in cui si è passati dal 14% al 17,8% ; 

+ 5,2% nel 2006, ovvero dal 17,8% al 23% ;

+ 3,1% (dal 23,71% al 26,82%) approvato nel 2007 per il periodo 2008-2011 con l’accordo del welfare.

in: editoria, inchiesta, terziario avanzato
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Nasce 'Nautilus' - la rubrica dei mestieri sommersi
posted by SerenaAdesso @ - venerdì, 20 novembre 2009
di Donatella Livigni
[Nata a Napoli, vive a Roma, pianista, cantante e compositrice. Si occupa di stare al timone di "Nautilus". donatella.nautilus@gmail.com]
NAUTILUS
 

ovvero la rubrica dei mestieri sommersi
 
 
“Qualcosa di estraneo, di enorme, d’incalcolabile peso, dalla potenza sorprendente, dotato di vita autonoma e che la scienza non poteva contemplare nello schema di rigide leggi a volte di per sé limitanti, nuotava al largo dal mondo conosciuto (o scontato). Qualche lega sotto la superficie si muoveva producendo colpi di coda a far tremare le acque. E le vibrazioni si facevano sentire ogni qualvolta il ‘mostro’ si avvicinava alla superficie per poi restare ovattate quando questi s’immergeva subissato dalle acque e individuabile all’occhio esperto e curioso per una forte luce irradiata da sotto. ‘Un narvalo elettrico’,
.
È la storia del Nautilus, signori. ‘ Mostro’ per quanti impigriti dal circostante sbattuto in faccia e acquisito come vero vivevano sulla superficie o addirittura appena vicino ad essa. ‘Scoperta d’incommensurabile lungimiranza’ per chi osa buttarsi nelle profondità del mare per andare alla ricerca di ciò che appare e che in realtà è.
.
Il capitano Nemo, che non è uno spocchioso scienziato qualunque, bensì uomo dalle 20.000 leghe di diottrie, decide un giorno di abbandonare la terra ferma e di sposare l’ignoto.
Nelle profondità marine, come sotto la crosta terrestre, impercettibili alla vista, avvengono cambiamenti strutturali ad ogni minuto. Lì sotto lavorano come in un laboratorio forze sconosciute ai tanti e relegate sul fondo. Si muovono in isolata autonomia, ma sono totali artefici del proprio mestiere
‘Comandante è davvero un battello meraviglioso questo vostro Nautilus’, ‘Sì e lo amo come carne della mia carne, perché ne sono il protagonista, il costruttore e il capitano’.
Un mestiere sommerso quello del misterioso Nemo…almeno fino a quando qualcuno decida di entrarvi nella pancia fatta d’acciaio ed ispezionarne la chiglia. 20.000 leghe sotto o quasi.”
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IL CAPITANO AVVERTE CHE…

 

 

il Nautilus è un vascello capiente. Può navigare solo col lavoro di una ciurma numerosa e appassionata.



possono osservarlo da vicino o salirvi per una perlustrazione tutti coloro che hanno curiosità per i fondali inesplorati.

possono entrare nella cabina di comando tutti coloro che, invece, pensano di far parte di questo mondo sommerso, anemoni di mare  sballottati dalla corrente o mostri marini dalle forme creative, curiose, estinte o assemblate in laboratorio.



...il capitano aspira ad ampliare la sua già vasta biblioteca con nuovi lavori originali che si colleghino fra loro come nel gioco del domino o, per chi lo conosce, nell’ottava rima o canto a braccio. Ogni scritto (in versi o prosa) dovrà riallacciarsi ad un concetto, parola, espressione citata in altri scritti con l’obiettivo letterario di creare un’opera unica dalle tante sfaccettature e peculiarità.



ci si avvarrà delle mirabolanti tecnologie della rete (piattaforma) per portare a galla non solo gli autori di scritti sui mestieri sommersi ma anche la loro opera quotidiana. Il capitano ritiene che non ci sia modo migliore per far conoscere il proprio operato se non quello di esprimere il proprio carattere umano ed intellettuale attraverso la scrittura. Con l’augurio che questo serva almeno a limitare la solitudine che caratterizza la vita sottomarina o, addirittura, a creare contatti operativi tra questa e la vita terrestre.

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DENTRO IL NAUTILUS:

 

CREO ET OLIO

 

Formazione: terre emerse. Poche dita sulla superficie e disseminata di atolli a perdita d’occhio.

I capitani Nemo del secolo nuovo si muovono in questi spazi. Creatori di mondi alternativi in cui si rischia, pur non rendendosene conto, di restare scollati dal mondo reale.

Orfani anonimi, Tom Sawyer new age, vangeli apocrifi e mai letti a messa. Chiamateci un po’ come vi pare.

Immaginazione, ricerca (non retribuita), osservazione critica, dipendenza dalla curiosità ma mai dallo Stato. Etica e deontologia, vestiti di tanto creativo sentimento, ma non ascrivibili a nessun albo. Loro ti hanno spinto a infilarti in un vicoletto fatto di tanti sensi unici che ti rimandano a nuovi ed entusiasmanti corsi di formazione, costole, a loro volta, di variopinte metodologie provenienti dai 7 mari: orff dalcroze gordon kodaly psicofonia funzionalità vocale solfeggio in movimento jazz per la scuola i suoni dei sordi la musica e il circo il teatro per l’infanzia didattica e ricerca sinestesie vocali, corpo e vibrazione danze popolari musica in culla o musica in culo….non lo ricordi più!

Didatta dell’arte, nello specifico musica. Unità di produzione? Assolutamente no. Genere di ultima necessità. Tanto lo spirito è oramai incellofanato e riposto su uno scaffale di qualche ipermercato.

Provvisti di bussole submagnetiche, giriamo per questi mari come balene in cerca di plancton, e più ne assumiamo più diventa complicato trasformarlo in qualcosa che abbia un nome definito.

Spiegare al mondo ‘cosa faccio nella vita’... per un avvocato o un idraulico la risposta si riassume in due parole: pratiche/scartoffie, tubi.  Anche nel mio caso esiste una parola che sintetizza il corpo di un mestiere che affonda le sue radici oltre il grido primordiale: olismo! Eppure neanche Word riconosce il termine e lo corregge in automatico con l’altrettanto incomprensibile ‘oliamo’. Io olio, tu olii, egli olia, noi…oliamo. E quando tento di rispondere a parole mie, un fiume di concetti tortuosi, frutto dell’esperienza “formativa” di 10 anni, serve solo a convincermi che ‘oliamo’ va più che bene! 

La mia officina sommersa è la scuola. Bunker dove scarpe da ginnastica versione roller blade sollevano da terra robotici bambini (gli stessi che si trascinano cartelle-trolley come in aeroporto) ignari che slittando su di una rotella invece di aderire al pavimento come tutti i bipedi, avranno un giorno i tendini a pezzi come quelli del piede di una geisha.

La tela su cui dipingi il tuo lavoro creativo è di un colore indefinito, come il tuo contratto da 'Operatore esterno'. Esterno al sistema, esterno alla vista, esterno ci sarà tua nonna! esterno alla considerazione ma non ai compiti da svolgere: motivare l’allievo (anche se si tratta di un adolescente il cui sogno è farsi innestare chirurgicamente una corda vocale di laura pausini); comunicare in modo sereno con un branco di maestre di fondo incazzate e frustrate a causa dei loro scadenti contratti e che trattano in alcuni casi gli alunni come spugne per asciugare la bava che gli sgorga dalla bocca come cani idrofobi; invogliare ciechi presidi a sostenere il tuo progettino mentre questi ti guardano come una potenziale cifra in denaro da cancellare o da sfruttare per spillare ai genitori i soldi per ricomprare la carta igienica. In fondo alla lista resta lo spazio di una riga che cita “educare i bambini al suono e alla musica”  e forse diverrebbe un carattere 8 anche nella tua mente se non fosse che ogni giorno fai training autogeno, pratiche yoga per ricentrare la motivazione. Supervisioni psicopedagogiche che terminano in inconcludenti suggerimenti teorici o in critiche all’operato e lavaggi del cervello

Non è la carta igienica che manca (sottinteso a scuola), sei tu che non ti fai carta igienica’! devo diventare carta igienica…ripeti mentre torni a casa per programmare gli incontri successivi, tempo naturalmente non retribuito, dimentico della vera funzione della carta igienica.

In questo mondo fatato e coronato di note, invenzioni da teatro brechtiano, sottili processi pedagogici, legnetti e finger paints, diventi a volte una piccolissima armata in una partita a Risiko in piena regola alla conquista di territori, solo,  senza dadi da difesa. A giugno concludi il tuo percorso. Tanto hai creato, inventato, improvvisato che ti mancano le idee sul cosa prepararti per cena o sul regalo da fare all’amichetta che conosci da una vita il giorno del suo imminente compleanno.

 

 

In men che non si dica è già Settembre. Intorno a te un odore di bruciato comincia a sostituirsi a quello dolce dell’entusiasmo che ti sembrava di aver lasciato ad aleggiare tra le classi di genitori e insegnanti dopo quelle che io chiamo ‘lezioni aperte’ ma che non c’è verso di soprannominare ‘saggi’. Ti affacci alla finestra e noti che la tua banderuola 4 venti alla Mary Poppins ha cambiato ancora direzione. È allora che capisci di essere fuori dai giochi. Lo capisci perché non ricevi l’email per la riunione operatori. Lo capisci perché nella scuola tal de tali è cambiata la direttrice, ora laureata in economia. Lo capisci perché ti rechi a presentare tempestivamente il progetto per l’anno successivo e ti tocca ostentare un sorriso ipocrita e da beota non appena risulta chiaro che nelle casse della scuola sono rimaste solo ragnatele e che al posto della musica ci sono ‘hip pop’, ‘laboratorio di gormiti’, ‘storia della moda delle winx’. Infine, lo capisci perché non sei fesso e ormai ti è chiaro che quel mondo è dotato degli stessi meccanismi che muovono gli ingranaggi di una qualsiasi azienda: meglio dire così e cosà,  sii umile ed elogia chi ti ospita, produci, improvvisa, porta a casa il risultato. Conquista i territori. Ma se nessun professor Pierre Arronax è mai venuto a perlustrare il tuo Nautilus perchè si pretende allora di saperlo guidare?

In un paio di giorni sei lì a riorientare gli strumenti di bordo verso un altrove, ripetendoti che stavolta sarà 'interno'. La fredda e civile Germania? Un bel paese del terzo mondo dove le salesiane sfruttano il così detto ‘volontariato’ per indottrinarti al cattolicesimo fagocitando fondi destinati alla ricostruzione delle infrastrutture? L’avveneristico Venezuela socialista di Chavez, al quale puoi direttamente confessare la tua precarietà senza sembrare un pezzente che chiede l’elemosina? O puntare a Nord del paese per non soccombere alla coscienza che incalza con domande del tipo: e se me ne vado è come fuggire? 

E mentre tu sei sott'acqua, miriadi di sommersi come te preferiscono gli aerei, “accussì, pe’ viaggià, pe’ connuscere”. Gli emigranti della nuova generazione, ben camuffati dietro ai telefonini e skype, magari si sorprendono a pensare a come sarebbe stato restare sott'acqua. Tanto, nonostante tutto, l’ipotetica ‘mission’ te la porti appiccicata addosso, come il moccio di quell'adorabile bambino paffutello che ti stringe la manina dopo essersi soffiato il naso con le dita, in mancanza della solita carta igienica. Basta!! Mettetegli una Bontempi davanti col metodo “suono facile” e tanti saluti! Vorresti gridare a volte.



e alla fine ti ritrovi sempre ad ammettere che una vita passata ad “oliare” non è poi peggiore di un bel contratto che rischi di affossarti nella sabbia della terra ferma. Nonostante tutto preferisco immergermi a bordo del mio Nautilus, che, in fondo, amo come carne della mia carne, perché ne sono il protagonista, il costruttore e il capitano.

 


in: nautilus, rubrica nautilus
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Editoria precaria
posted by SerenaAdesso @ - mercoledì, 18 novembre 2009
di Clumsy
[Clumsy ha trent’anni, si è trasferita a Milano dove lavora per una casa editrice molto nota. Partecipa a Rerepre e tiene un blog molto intenso ed interessante]
 
Qualche anno fa lasciavo Bologna per trasferirmi a Milano e inseguire il mio sogno di diventare un editor. Pensavo, superba, di avere in mano il mondo: ero io il giovane virgulto che l’editoria stava aspettando, avevo studiato e avevo studiato bene, ero giovane, versatile, curiosa, desiderosa di imparare, piena di passione. Non immaginavo di trovarmi davanti a un mercato del lavoro ormai intasato da tanti idealisti come me, illusi dalla continua nascita di nuovi master negli ultimi dieci anni.
Oggi la mia convinzione di dominare il mondo e di poter essere ascoltata per le idee che ho, giuste o sbagliate che siano, è ridotta al lumicino. È rimasta la sensazione di dover approfittare di tutte o quasi le occasioni che mi vengono offerte e la delusione nello scoprire che molto spesso le cose mi accadono non per riconoscimento dei miei meriti ma solo perché mi trovo al posto giusto nel momento giusto, quando nessun altro sa come tirare via la patata bollente dal fuoco o, molto più semplicemente, non ne ha tempo o voglia.
Torno indietro alle presentazioni, ecco parte del mio curriculum: sono diplomata al liceo classico, laureata in filosofia, “masterizzata” in quello che tuttora viene lodato come il migliore master in editoria d’Italia. Dovrei essere considerata altamente qualificata per svolgere il mestiere che faccio (redattrice, editor, traduttrice, lettrice, curatrice) ma ora come ora il mio impegno viene ripagato con un contratto a progetto presso una casa editrice e un numero imprecisato di collaborazioni occasionali con altre aziende per cercare di incrementare le entrate.
Ma cosa fanno quelli che lavorano in casa editrice? Mediamente le persone non lo sanno. Sul tema c’è una battuta ormai classica che circola da sempre negli ambienti legati all’editoria (tramandata da Umberto Eco e probabilmente pronunciata da Valentino Bompiani, che a sua volta chissà da chi l’aveva copiata):
 
Una signora chiede che cosa faccia un editore: scrive libri? No, risponde l’editore, quelli li scrivono gli autori. Allora li stampa? No, quello lo fa il tipografo. Li vende? No, lo fa il libraio. Li distribuisce alle librerie? No, quello lo fa il distributore. E allora che cosa fa? Risposta: tutto il resto.
 
Quel “tutto il resto” è banalmente la scelta del testo da pubblicare (italiano o straniero), i contatti con gli autori o con gli editori stranieri, l’editing sul testo (ovvero la sua correzione più o meno approfondita), il controllo delle traduzioni, l’ideazione della grafica di copertina, la gestione dei diritti, il marketing, la comunicazione alla rete di vendita (ovvero i rappresentanti che dovranno convincere i librai a comprare il libro), la gestione dell’ufficio stampa, la responsabilità dell’ufficio tecnico (che si interfaccia con gli stampatori, e decide modalità di stampa, tipologia di carta, etc.).
La distribuzione di questi incarichi varia da casa editrice a casa editrice e a volte più di una di queste mansioni vengono svolte da una persona sola. Meno ovvio è che spesso questi incarichi siano ricoperti da professionisti inquadrati con finti contratti a progetto: in teoria, collaboratori, in pratica responsabili, ad esempio, di stipulare contratti tra l’azienda e gli autori, o di comunicare i nuovi libri della casa editrice alla stampa.
Ma come vivono questa situazione questi professionisti preparati e appassionati (ancor di più dato che questo è un mestiere che non si fa per caso, ma, come si dice, un “mestiere vocazionale”)?
Anno dopo anno i dipendenti scompaiono: chi va in pensione viene sostituito da lavoratori a progetto che in realtà lavorano più ore dei loro predecessori, senza poter contare su straordinari, ferie e malattia pagati; senza parlare di tredicesima, quattordicesima o bonus di produzione.
Nella casa editrice in cui lavoro attualmente, la redazione è composta per più della metà da firmatari di contratti a progetto, che per la maggior parte svolgono un lavoro che è in tutto assimilabile a quello dei loro colleghi dipendenti (necessità di presenza più o meno fissa in ufficio, totale assenza di autonomia nello svolgere il proprio lavoro, rinnovo automatico del contratto, e per la stessa mansione, che per altro è quasi sempre difficilmente riconducibile a un progetto circoscrivibile e limitato nel tempo).
Le conseguenze della precarizzazione del lavoro incominciano a essere chiare, se non universalmente almeno a chi come me ha trent’anni e fa parte forse della prima generazione che ha diffusamente e organicamente risentito di questo cambiamento nella gestione del lavoro.
Io sono fortunata ad avere un compagno, perché altrimenti dovrei probabilmente dividere la stanza con qualcun altro; ma con i nostri 2000 euri lordi al mese siamo comunque costretti a condividere casa con uno sconosciuto. Se volessimo aprire un mutuo ci troveremmo probabilmente in difficoltà. Per ora figli non ne vogliamo, ma anche in quel caso si aprirebbero scenari sconfortanti. Per non parlare del fatto che ogni anno si arriva a dicembre con il fiato rotto: l’anno prossimo lavorerò o no?
Ma al di là di queste conseguenze generiche che colpiscono tutti i precari, ce ne sono altre che riguardano precipuamente il lavoro precario in ambito editoriale, e che finiscono per influire su uno degli oggetti culturali per antonomasia: il libro.
[Conoscendole meglio, ora mi limiterò a parlare delle conseguenze della precarizzazione del lavoro in ambito prettamente editoriale, ovvero delle sue ricadute sul lavoro dell’editor (colui che ha come compito principale quello di leggere libri italiani e/o stranieri e comprendere se possano interessare ai lettori e rientrare nella programmazione della casa editrice per cui lavora) e sul lavoro del redattore (colui che corregge la forma del testo sia a livello macro, ovvero di struttura, sia a livello micro: sintassi, grammatica, ortografia).]
Ormai i lavori vengono svolti a cottimo (correggi tot pagine e ricevi tot soldi); spesso al di fuori delle case editrici e quindi lavorando in automatico e perdendo completamente il senso dell’obiettivo della casa editrice. Mediamente un redattore o lettore esterno non ha alcun potere contrattuale; l’unica scelta è quella di accettare o meno le condizioni economiche, le tempistiche e le modalità della casa editrice. Il ricatto è sempre quello: se non lo vuoi fare a queste condizioni, troverò di certo qualcuno che lo fa al posto tuo. I lavoratori a progetto dovrebbero essere professionisti autonomi e in quanto tali stipulano i contratti individualmente e non possono fare valere collettivamente le loro istanze, o perlomeno non ci sono ancora organizzazioni che glielo permettano davvero. Per arrivare a una retribuzione mensile sufficiente, i redattori devono accettare quante più commesse possibili e giostrarsi tra mille lavori contemporaneamente pur di non rimanere senza soldi. Si dice che se rifiuti un lavoro una volta, da quell’azienda non riceverai più commesse. Spesso poi sono gli stessi redattori precari “interni” alla casa editrice a mandare le commesse all’esterno: redattori che come dicevamo lavorano mediamente più dei dipendenti, e sono costretti a coprire tutti i buchi nell’organizzazione dell’azienda. Questi redattori spesso non si rendono conto di comprimere i tempi di lavorazione dei redattori “esterni”. È la guerra tra i poveri, anche in ambito editoriale. Alla fine quest’ansia di prendere tutto anche se non si ha davvero tempo per svolgere il lavoro con calma, pur di guadagnare abbastanza, porta a un’ovvia depauperazione della qualità dei libri.
Da un punto di vista psicologico, poi, c’è la sensazione di essere lasciati soli e di non essere ascoltati per le proprie proposte e idee. I nuovi redattori che, come me qualche tempo fa, si affacciano alle case editrici vengono immediatamente abbandonati a loro stessi. Si restringono sempre più i momenti di formazione interna. Spesso anzi si instaura un clima di diffidenza tra colleghi, preoccupati di rimanere attaccati al loro lavoro. Mors tua, vita mea: occhi bassi sulla bozza, e macinare parole.
Il concetto di dipendenza viene modulata alla bisogna dai “capi”. Teoricamente sei autonomo, però mi servi internamente per svolgere un lavoro analogo a quello di un dipendente senza dovermi sobbarcare il suo costo del lavoro. D’altro canto, essendo tu meno di niente perché collaboratore e quindi autonomo, non puoi avere idee o influire sulle scelte aziendali, e se la tua fosse proprio una buona idea, il merito non potrà che prenderlo qualcun altro, magari quell’unico dipendente che può “rappresentare” l’azienda.
Faccio un esempio banale: se io, lavoratrice a progetto, scovo un autore ancora non pubblicato e lo propongo alla casa editrice, questo mio lavoro (che implica una formazione precisa, capacità di ricerca, conoscenza approfondita del mercato straniero e/o italiano, acume, curiosità, lungimiranza, preveggenza etc. etc.) non verrà riconosciuto in alcun modo. Se davvero piace, il libro sarà acquisito, messo in lavorazione e pubblicato, ma il merito andrà tutto al direttore editoriale che potrà al limite essermi riconoscente. Se anno dopo anno io mi vedo soltanto rinnovare il contratto a progetto e quindi questa riconoscenza non si tramuta in nulla di concreto, secondo voi quante altre volte avrò voglia di usare il mio tempo (anche extra lavorativo, dato che questo mestiere è difficilmente circoscrivibile alle ore d’ufficio) a cercare nuovi autori? Pensate a quanto questo spreco di persone preparate e formate e curiose e piene di passione potrà influire a lungo andare sulla vivacità culturale di questo paese.
Ma questa situazione generalizzata è riconosciuta dagli editori? Nell’ultimo rapporto sullo stato dell’editoria, pubblicato dall’AIE (l’Associazione di categoria degli editori italiani), si trova solo un criptico passaggio relativo alla condizione del lavoro nelle case editrici. Dopo i dati sulla grandezza del mercato italiano, sulla percentuale di lettori (purtroppo ridotta) e sulla crescita del fatturato dell’industria editoriale, si accenna di passaggio che “i segnali di crisi emersi nel 2008 preannunciano ombre sul tessuto occupazionale (specie su collaboratori esterni e su grafici, illustratori)”. Tutto qua.
E ora facciamo un giochino, vi sfido!, andate sul sito dell’AIE (http://www.aie.it) e provate a trovare notizie, articoli, analisi, statistiche, chessò: accenni, sul precariato in editoria. Io non ci sono riuscita. In generale, sulla stampa nazionale, la condizione del precariato intellettuale all’interno delle case editrici librarie è taciuto.
Penso che anche la non consapevolezza dei lavoratori faccia parte integrante del problema. C’è una tale aspirazione a fare questo lavoro, che troppo spesso vengono accettate condizioni, trattamenti e pagamenti che non sono per nulla in linea con la propria formazione o esperienza professionale. E le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i lavoratori divisi, senza una reale comunicazione tra di loro, in modo che non sappiano cosa succede a chi fa il loro stesso lavoro. Va a finire che chi ha più potere contrattuale spunta condizioni migliori, la massa degli altri rimane a terra.
Credo poi che ci sia una vera e propria connivenza dei master, corsi universitari, corsi tenuti dalle piccole case editrici, che continuano a nascere in Italia. Perché non viene fatto cenno alla condizione precaria nell’editoria? Perché non si aiutano gli studenti oltre che a formare la propria professionalità, anche a valutarla e a farla riconoscere economicamente?
Per quanto mi riguarda, mentre mi faccio queste domande, continuo ad andare avanti, ancora innamorata del mestiere che faccio, anche se sempre più arrabbiata per le condizioni in cui sono costretta a farlo; senza riuscire, e non per colpa mia, ad affezionarmi ad alcun progetto di lunga durata.
Continuo a pensare che una nazione che non immagina il futuro sia una nazione morta.
 
in: riflessioni, testimonianze, editoria, intervista, inchiesta, esperienze dirette di precariato
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Gli indeterminati precari
posted by SerenaAdesso @ - sabato, 14 novembre 2009
di Simone Ghelli
 
 
Questi giovincelli di oggi fanno un gran parlare di questa precarietà, che non riescono ad andarsene via di casa e che il loro sogno è il posto fisso, ma se io ci penso questa roba qua mica è cominciata oggi. Già s'intravedeva a metà degli anni novanta tutto questo, tanto che il mio primo contratto lo firmai per la durata di un mese. Un mese a calarmi nell'inferno di acidi e olii industriali di una fabbrica, in pieno agosto, per portarmi impressi nel corpo degli effetti che saranno con tutta probabilità a tempo indeterminato.
All'Università io ero col vecchio ordinamento, ma la scampai per un pelo, anche se all'inizio della riforma sembrava quasi d'esser diventati dei dinosauri in via d'estinzione, perché all'inizio le novità esaltano, ma col senno di poi si capisce sempre dove sta la fregatura. Ecco, la mia vera precarietà cominciò in quei tempi là, ché mi venne la precisa percezione che tutto il mondo costruito in venticinque anni mi sarebbe crollato addosso nel giro d'un giorno. Ero tra gli ultimi esemplari di una vita condotta a marce lunghe, a partire dagli esami che ci tenevano occupati per mesi e mesi, e improvvisamente vennero a dirci che col nuovo millennio la vita avrebbe preso un'altra velocità, e che a stare ancora troppo fermi ci sarebbero passati avanti tutti gli altri, quelli che già giravano con il portatile per i corridoi dei nuovi dipartimenti che sbucavano come i funghi.
A conferma della mia vetustà, da neolaureato incappai in un lavoro, della durata di un paio di settimane, che mi portò a ispezionare i tombini più antichi di Siena nell'intento di leggere i contatori dell'acqua ch'essi nascondevano come scrigni. Non sto qui a parlarvi degli enormi ragni che vi scovai, ma di certo fu un bel paradosso per un laureato in lettere il dover sbrigarsi fra numeri a quattro, cinque o financo sei cifre. Né ebbi miglior fortuna col secondo lavoro, anch'esso assai volatile a dire il vero, che mi rimise nelle mani della tanto vituperata matematica. Non che non vi fosse stato un subitaneo salto di qualità, ché almeno passai dai sotterranei al rullar sopra la terra, ma di quel lavoro non ebbi mai a comprenderne il senso più profondo. Vidi tanti paesaggi bucolici, questo sì, ma sempre con un prestampato in mano e la penna nell'altra, l'occhio attento alle porte per contare il numero dei passeggeri che salivano e scendevano dall'autobus. Credo che la compagnia dei trasporti pubblici dovesse tagliare alcune corse e rinforzarne delle altre, il che dava al mio lavoro anche una parvenza di utilità sociale, ma del mio ruolo nel mondo non v'era modo d'aver notizia, per quanto a quel mondo cercassi d'imprestare il mio ingegno.
A risolvere l'arcano dilemma sopraggiunse un giorno la fatidica cartolina che mi richiamava al mio dovere di militare, che per fortuna avevo deciso di assolvere nel servizio civile, ma lo Stato s'ingegnò di mettermi nella condizione più precaria da che mondo è mondo. Fui mandato per direttissima all'ex Ospedale Psichiatrico, con tanto di alloggio per meglio ambientarmi al mio nuovo status, e almeno là l'umanesimo di cui ero intriso mi venne utile, per quanto non ritrovassi traccia di tanta immaginazione in tutti i libri divorati fino ad allora. Ci passai un anno in quel luogo dimenticato dalle patrie lettere, e a dire il vero mi ci ambientai così bene che mi feci persino il taglio di capelli a mo' di cresta, tanto per dimostrare da che parte stavo all'epoca. Quando poi mi dissero che era finita, ci stetti addirittura male, ma non certo quanto quelli che là dentro ce li avevano rinchiusi per una vita e che decisero di restituirli al mondo quando erano in età da prendersi piuttosto in moglie la morte.
Quel che ho fatto dopo, al confronto, è una noiosa sequela di lavoretti al telefono, questa diavoleria inventata apposta per toglierci di bocca le parole e che è più fissa di un posto a vita al Ministero. Come stava scritto nel Gattopardo, è un cambiar tutto per non cambiar niente, un profluvio di questioni che fanno amalgama nelle orecchie e creano lo stesso identico mal di testa, giorno dopo giorno, che se non è un contratto a tempo indeterminato questo, poco ci manca!
Insomma, quel futuro che io potevo solo presagire è il presente dell'indeterminato precariato, questo doppio senso che recupera un po' di dignità a tutti gli umanisti imprestati a improbabili manovalanze (nel senso che ci obbliga a ricorrer all'interpretazione) come il sottoscritto: indeterminati perché indefinibili, diluiti in contratti e mansioni a scadenze variabili; eppure indeterminati perché costretti ad abituarsi a vita a questa condizione, ché alla fine ci sembrerà pure normale, perché l'essere umano, e l'italiano in testa, s'abitua presto a tutto.
 

posted by Precariementi @ - venerdì, 06 novembre 2009
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Perché ci riprendiamo il posto di lavoro che ci è stato tolto

Siamo un gruppo di ex dipendenti de La Palma.

Abbiamo lavorato per anni in nero e in attesa del contratto di assunzione che ci era stato promesso, fino alla fine di giugno del 2007, quando ci è stato comunicato improvvisamente, e come se niente fosse, che il locale stava chiudendo, che non c'era più bisogno di noi.

Di fronte alla prospettiva di questa chiusura improvvisa, e quindi di un licenziamento senza preavviso, abbiamo deciso di avviare immediatamente una vertenza tramite FILCAMS, per ottenere giustizia e risarcimento. Tuttavia la gran parte di noi, in seguito alla chiusura de La Palma, ancora oggi non ha trovato una sistemazione lavorativa soddisfacente, alcuni di noi lavorano in condizioni di precariato, dunque senza alcuna prospettiva per il futuro, gli altri sono attualmente disoccupati.

La vertenza e il processo ora in corso, anche in caso di esito positivo per noi ex dipendenti, non ci restituiranno un lavoro che ci spetta.

Oggi La Palma è chiusa da più di due anni. Ai nostri occhi questo stato di palese abbandono è non solo uno spreco indecente, ma un vero e proprio insulto al nostro diritto al lavoro.

Due anni sono stati buttati.

Le nostre professionalità sono state disperse.

Crediamo fermamente che questo spazio spetti a tutti i cittadini del quartiere, e riteniamo di avere, uniti all'Associazione di tecnici dello spettacolo Artinconnessione, le qualità e le competenze per gestirlo al meglio.

Per questo motivo il 21 ottobre, mercoledì scorso, tutti insieme abbiamo occupato pacificamente La Palma, rivendicando con questo gesto il diritto a un reddito per le nostre competenze e professionalità, perché anch'esse non vadano sprecate, e il diritto dei cittadini di poter ricominciare a fruire dell'offerta artistica, culturale e sociale de La Palma.

La risposta delle istituzioni a quella che noi consideriamo una legittima rivendicazione, di fronte allo scempio del degrado che potete vedere dalle foto che abbiamo realizzato, è stata lo sgombero dopo appena 24 ore.

Questo non può bastare a fermare l'importanza e il valore del nostro progetto di riqualificazione e di riattivazione de La Palma, di fatto l'unico lavoro concreto che dalla chiusura ad oggi è stato fatto per reclamare l'urgenza di ricominciare a far vivere questo posto bellissimo ma abbandonato all'incuria giorno dopo giorno.

Non rinunciamo perciò a riappropriarci de La Palma, perché non rinunciamo a sperare e a volere con tutte le nostre forze che da questa brutta storia nasca una realtà che porti vantaggi non solo a noi che abbiamo deciso di non tacere e quindi di portare avanti il nostro percorso di protesta fino ad ottenere giustizia e reddito, ma anche a chi presto, ce lo auguriamo, potrà finalmente fruire dell'offerta culturale e dell'opportunità aggregativa di un posto che nonostante sia stato abbandonato ha ancora molto da offrire, e che nonostante tutto noi che ci abbiamo lavorato continuiamo ad amare.

Ex dipendenti de La Palma in vertenza


 LO SGOMBERO GIUNSE PRIMA CHE IL BLUES ARRIVASSE

Roma è un laboratorio sociale, una fucina creativa di idee, un polo artistico di rilevanza internazionale, ma è carente di spazi di agibilità, carente di luoghi di aggregazione, carente di risposte istituzionali atte a sviluppare questa sua immensa ricchezza culturale e sociale nell'interesse di tutti i cittadini.

Noi, gruppo di lavoratori dello spettacolo insieme agli ex dipendenti, il giorno 21 ottobre 2009 abbiamo occupato pacificamente La Palma. Storico locale jazz romano sito in via Mirri nel quartiere Casal Bertone. Lo scopo delle nostre associazioni è non solo restituire al quartiere e alla città intera uno spazio importante, comprensivo del grande parco adiacente, che è stato per dieci anni punto di riferimento per l’offerta artistica e culturale romana, ma anche per riattivare le grandi potenzialità del locale di creare reddito, fortemente rivendicate dagli ex dipendenti, ora in vertenza con la precedente gestione. Dal luglio 2007 l’abbandono al degrado della Palma e del suo grande parco è uno spreco indecente e un insulto al nostro diritto al lavoro.

La nostra rivendicazione, la richiesta urgente di recuperare uno spazio per creare reddito e cultura è stata repressa dopo sole 24 ore dalle forze dell’ordine. La Palma è sigillata e presidiata dalle forze dell’ordine, in un limbo di inerzia volontaria dell'amministrazione. Il parco di via Mirri rimane chiuso, a Casal Bertone, un quartiere lasciato in balìa della cementificazione e dei centri commerciali, nonostante sia popolato da famiglie e studenti.

La nostra azione lampo è una denuncia alla precarietà che vive questa città e che ricade come una colata di cemento sui bisogni dei suoi abitanti. Un simbolo, un grido contro la gestione corrotta e silente che preferisce sprecare le risorse, calpestare i diritti dei lavoratori, chiudere gli spazi e alimentare la speculazione. Speculazione immobiliare e speculazione culturale vanno di pari passo a Roma. La risposta è lasciare abbandonate le case e le strutture ricettive, tenere chiusi i locali e i parchi, piuttosto che accogliere i bisogni dei singoli, delle associazioni, dei movimenti, dei lavoratori, degli artisti. E soprattutto, ancora una volta, la risposta è reprimere piuttosto che ascoltare le voci e le forze lavorative che si levano a protestare e rivendicare, con atti di legittima riappropriazione, spazi abbandonati per anni nel silenzio ingiustificato e ingiustificabile dell'amministrazione.

Continueremo a reclamare il recupero della Palma, insieme alla necessità di aprire Roma, di favorire il riutilizzo sociale e creativo degli spazi, mettendo di fronte alle istituzioni l’emergenza di artisti, tecnici, operatori e lavoratori dello spettacolo che lamentano la mancanza di luoghi economicamente accessibili per produrre lavoro reddito e cultura.

Lo stato di abbandono in cui da più di due anni versa LA PALMA è una risposta inaccettabile al diritto al lavoro degli ex dipendenti, e al diritto del quartiere di viverne ogni giorni gli ampi spazi e le grandi potenzialità.

 
Ex dipendenti de LA PALMA in vertenza

 

LP –  ARTINCONNESSIONE  e EX DIPENDENTI della PALMA

RINGRAZIANO PER IL SOSTEGNO E LA SOLIDARIETA’ RICEVUTA DA PARTE DI STRUTTURE, LAVORATORI DELLO SPETTACOLO, ARTISTI, MUSICISTI, ORGANI DI STAMPA:

http://roma.repubblica.it/dettaglio/blitz-dei-precari-dello-spettacolo-occupato-lex-jazz-club-la-palma/1756779
http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/09_ottobre_22/occupazione_lampo_palma_desantis-1601908062321.shtml
http://www.infoaut.org/articolo/roma-occupazionerecupero-di-lp-a-casalbertone
http://www.06blog.it/post/6367/la-palma-dal-degrado-al-recupero
http://www.unioneinquilini.it/index.php?id=1087
http://www.libero-news.it/adnkronos/view/208141
http://www.abitarearoma.net/index.php?doc=articolo&id_articolo=14935
http://mmedia.kataweb.it/foto/16083468/10/precari-dello-spettacolo-occupano-l-ex-jazz-club-la-palma
http://www.quartierionline.eu/tutta-roma/occupazione-lampo-del-club-la-palma
http://www.romanotizie.it/spip.php?article14224
http://performance09.wordpress.com/
http://spqr.magazineroma.it/articolo/blitz-dei-precari-dello-spettacolo-occupato-lex-jazz-club-la-palma-1
http://www.ilriformista.it/stories/adnkronos/111259/
http://wingbeatman.blogspot.com/

posted by Precariementi @ - mercoledì, 04 novembre 2009

di Andrea Mariuzzo*



Visto che in Italia siamo 56 milioni di commissari tecnici, cerchiamo di spiegare cosa sta accadendo nell'Università italiana in modo che tutti possano capire.

Prendiamo la Nazionale che nel 2010 andrà in Sudafrica. Lippi deve fare le convocazioni per una squadra di primo piano. Ma in porta deve per forza convocare Zoff, che nel 1983, di fronte a titoli professionali ineccepibili, ha vinto un posto a tempo indeterminato: tutto ciò è avvenuto esattamente nell'anno in cui il suo fisico da atleta/asceta non ha retto più e il portierone ha smesso di scendere in campo veramente; tuttavia, per lui cedere quel posto vuol dire rinunciare a uno stipendio, quindi formalmente Zoff è ancora tra i pali e nessuno lo tocca, al massimo al posto suo va abusivamente un raccattapalle di 12 anni, e tutti fanno finta di non vedere. Zambrotta per fortuna c'è, ma è potuto entrare in gruppo solo in seguito alla morte di Facchetti, quindi a più di 30 anni gioca il suo primo mondiale, completamente inesperto del suo ruolo nel mondo. In attacco, Totti ha lasciato, ma ha riservato il posto a Ilary Blasi, quindi dentro anche lei. A centrocampo, sono già assegnati i posti a Nando De Napoli, Giovannino Stroppa e Angelo Di Livio, appoggiati dall'autorità dei precedenti commissari tecnici (rispettivamente Vicini, Sacchi e Trapattoni), che hanno costruito una rete di favori reciproci pur di garantire il posto fisso a persone che, a loro tempo, vedevano come i loro pupilli. Restano liberi meno di metà dei posti.

A questo punto, la FIGC decide di porre fine a questo scempio di raccomandazioni incrociate che ormai si è sedimentato negli anni, che magari una volta poteva avere una ragion d'essere quando a calcio giocavano quattro persone in croce, ma che ora rende impossibile la creazione di una squadra competitiva. E come interviene? Licenziando in tronco chi non è più in grado di giocare? Individuando i casi più palesi di cooptazione ed eliminandoli? No, certo, così si leverebbe un vespaio: gli ex commissari tecnici sui giornali sputerebbero veleno e aizzerebbero le folle dei tifosi, ricordando gli antichi meriti loro e dei loro protetti e insinuando dietro alle rimozioni pregiudizi di volta in volta anti-settentrionali, anti-meridionali e anti-romani. Piuttosto, si costringe Lippi a scegliere i cinque titolari rimasti attraverso non UN rigoroso concorso, ma ben CINQUE rigorosi concorsi, tutti per un solo posto, a cui parteciperanno tutti i calciatori tesserati in Italia. «Viva la FIG…C!!!», gridano in coro le prime pagine di Gazzetta, Corriere e Tuttosport! Ecco tornato il merito sui campi di calcio, quasi 30 anni dopo la tanto vituperata "ope legis" Bearzot che creava i posti a tempo indeterminato per i nazionali!

Resta un ultimo nodo: chi deciderà i criteri per ogni concorso? Lippi, visto che sarà poi lui a dover tirare la carretta? No, ma quando mai! la FIGC incarica alcuni impiegati, la cui massima esperienza calcistica sul campo è la "scapoli-ammogliati" alla sagra della porchetta di Ariccia, di elaborare i criteri di selezione. Gli impiegati, diligentemente, seguono la definizione di "buon calciatore" che trovano su un dizionario enciclopedico conservato alla biblioteca del CONI, e quindi impongono alla commissione di concorso (estratta a sorte, per cui Lippi non ne fa nemmeno parte: i tre commissari sono invece Colomba, Atzori e Maifredi) di selezionare per tutti i concorsi i giocatori che mostrino le migliori doti di dribbling, palleggio, stop e trasformazione di calci piazzati. Così, al concorso per il mediano Gattuso perde, e al posto suo viene preso Thiago Motta («internazionalizzazione!», è un'altra parola d'ordine dominante nell'opinione pubblica), destinato a spaccarsi il ginocchio malandato al primo contrasto. Al concorso per il difensore centrale, la FIGC impone alla commissione di non prendere in considerazione Cannavaro, considerato troppo vicino e Lippi e quindi passibile di critiche da parte dei giornali. «Ma non dovevano sparire le pressioni?» – chiede un commissario di concorso. «Sì – risponde l'addetto della Federazione – ma questa è una pressione in negativo, esclude le pressioni di altri, quindi è giusta, anzi indispensabile proprio per fare in modo che il concorso sia pulito...». Alla fine, al posto di Cannavaro è selezionato Cassano.

E così via, finché non viene fatta tutta la formazione: dopodiché, Lippi viene ricevuto dal presidente della Federazione che, di fronte alle telecamere di Raisport, dichiara al C.T. e alla nazione: «Grazie ai nuovi criteri abbiamo creato la miglior Nazionale possibile. Se Lippi fallisce l'obiettivo mondiale la colpa è solo sua e ne pagherà che conseguenze».

 

Ecco, l'Italia ha una Nazionale in queste condizioni, e molti di noi devono giocarci più o meno tutti i giorni…

*Assegnista di ricerca in Storia Contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa


posted by SerenaAdesso @ - venerdì, 30 ottobre 2009
di Valentina Fulginiti
 
Dopo la Generazione X, la Generazione Shampoo (altra etichetta dovuta alla penna del canadese Douglas Coupland) e la Generazione Mille Euro, sulle colonne de “L’Espresso” sono spuntati i Millennarians, giovani approdati alla maggiore età nel nuovo secolo. Nati dopo il 1982, sono altrettanto precari e insoddisfatti di chi li ha preceduti, ma sarebbero più dinamici dei loro fratelli maggiori perché nati con la tastiera sotto le dita, e più potenti, perché negli USA hanno eletto Obama. Negli USA, appunto.
In un articolo apparso su “L’Espresso” del 26 ottobre 2009, Valeria Palermi scava un solco tra la generazione italiana degli over trenta e quella degli attuali ventenni, partendo da una ricerca sul “degiovanimento” dell’Italia presentata dal prof. Alessandro Rosina dell’Università Cattolica di Milano (si legga, in particolare Giovani oltre la Crisi. La carica dei Millennials, 7 maggio 2009, www.degiovanimento.com). Rosina, pur riconoscendo le differenze tra i Millennials italiani e quelli statunitensi (più multietnici, più numerosi rispetto alla popolazione totale e con maggiore empowerment) pone l'evidenza sul dato generazionale. I ventenni sono la seconda generazione di precari: hanno già visto gli effetti di questa condizione sui loro fratelli maggiori e sanno cosa li attende. Forse è per questo, verrebbe da chiedersi, che il numero di laureati che fanno le valigie è in costante aumento?
Nel mare magnum dei precari e dei giovani, si individuano così segmenti contrapposti: non solo ventenni “attivi” e dinamici contro trentenni apatici e passivi, ma soprattutto ventenni e trentenni contro la generazione dei loro padri, accusata di aver preso il potere sotto le spoglie dei rivoluzionari, e di detenerlo più saldamente che mai, a dispetto della conclamata sindrome di Peter Pan. Paolo Balducci, anche lui ricercatore alla Cattolica e cofondatore di “Degiovanimento” lo afferma chiaramente:
 
Trentenni fregati dai genitori 68ini, o meglio da quelli che incendiavano il mondo nel ‘77? “La classe dirigente di oggi arriva da lì, dai figli del 18 politico”, risponde Balduzzi: “Si può ripartire solo dal merito, dalla competizione. I ventenni ci credono”.
 
Anche il movimento dell’Onda viene inserito in questa lettura: alle lotte per il 18 politico, si contrappone la lotta per la meritocrazia e la selezione. Un’interpretazione parziale e discutibile, che ignora la riflessione sul sapere tentata nello scorso autunno nelle facoltà occupate: non solo una questione di soldi e di cattedre, ma un tentativo critico di ripensare le modalità dell’apprendimento, proprio in stretta connessione con la natura del lavoro e della società che (non) attende i giovani alla fine degli studi. Il semplicismo nella lettura del presente si accompagna alla semplificazione del passato, in linea con la crescente demonizzazione delle passate stagioni di lotte. Senza nulla voler togliere alle responsabilità storiche della generazione oggi al potere, il decennio ‘68-‘77 non è stato solo 18 politico. È stato anche l’era dell’utopia, della sperimentazione, della democratizzazione nella scuola. È stato anche il decennio di Albino Bernardini, Mario Lodi e Danilo Dolci; il decennio che ha aperto le porte della scuola e della cultura a tanti che prima erano destinati alla zappa o alla cazzuola in base alla sola nascita, tanto per restare in tema di meritocrazia. E da una cultura dell’utopia, oltre che del bene comune, bisognerebbe ripartire oggi per dare vita a un autentico “rilancio”: per far sì che la ricerca, e l’immaginazione del nuovo non restino confinate in ghetti, per quanto tecnologicamente avanzati, ma si radichino in un tessuto sociale e siano quanto più condivise. Le nicchie, per quanto le si protegga, hanno vita breve: nessuno ne riconosce l’importanza, nessuno si scomoda a difenderle.
Tornando ai figli del millennio, siamo sicuri che la differenza tra ventenni e trentenni nell’Italia reale sia altrettanto netta e rigida delle categorie necessarie all’analisi sociologica? Dividere i ventenni “nomadici” dai trentenni depressi (o “bamboccioni”) non sarà forse l'ennesima strategia di frammentazione che impedisce di guardare alla realtà nel suo complesso, e di lottare contro l’ingiustizia tutta insieme?
Che cosa sta cambiando in concreto, oggi che la destra-destra finge di riscoprire il valore della stabilità e la sinistra-destra afferma che bisogna ripartire dal Lavoro? Quali cambiamenti reali accompagnano l'irruzione dei Millennarians?
L’articolo de “L’Espresso” resta nel vago, cita pareri sparsi e singole iniziative di eccellenza. Meglio andare a cercare i dati nei materiali forniti da Rosina, allora, dove si apprende che il numero dei ventenni (20-24 anni) che vivono con i genitori è calato, a differenza di quanto accade tra gli attuali trentenni. Calato, sì: dal 94 al 91.6% per i maschi, dall’83.8 % all’82.9% tra le giovani donne. Sicuramente un segnale incoraggiante, ma di strada da fare ce n’è tanta. Resta vero quanto affermano, nei loro studi, gli stessi Balduzzi e Rosina: i giovani finlandesi chiedono aiuto allo Stato, quelli italiani ai genitori; un potenziale interessante sta negli “Italiani di seconda generazione”, che però sono ancora temuti e divisi dai loro coetanei “autoctoni”; in generale, le potenzialità riconosciute a questi nuovi Millennarians restano frenate da una società saldamente gerontocratica. Il punto è proprio questo: i ventenni sarebbero più dinamici, sarebbero più attivi grazie alla rete, però, poi, alla prova dei fatti, si sentono incapaci di agire e decidere del proprio futuro, e anche se sono scesi in piazza, rifuggono da una visione politica globale.
Quella di Millennarians, come le altre definizioni che l’hanno preceduta, rischia di essere l’ennesima etichetta giornalistica: il frutto sterile di un’analisi che non viene recepita, se non strumentalmente, dalla politica. La soluzione non è che a un manipolo di giovani intelligenti ed “eccellenti”, di cui si riconosce ipso facto l’eccezionalità, venga data la possibilità di formarsi all’estero o di avviare delle imprese (fatto in sé lodevole, ma individuale); ma che in questo Paese sia possibile mantenersi lavorando, che si sia giornalisti o imbianchini, magazzinieri in un supermercato o bibliotecari, vedendo riconosciuti i propri diritti, e guadagnando abbastanza potersi pagare un mutuo. Senza doversi presentare “accompagnati dai genitori”, come ci dicevano a scuola, da ragazzini.

posted by BarbaraGozzi @ - mercoledì, 28 ottobre 2009

Ho provato l’Hata-Yoga, ho ascoltato sessioni notturne di musica classica. E poi i pub con le lap-dancers, le fughe a Monterotondo da San Pio e il New Italian Epic.

Ma il mio mantra è sempre uguale e si chiama graduatoria, anzi graduatoria “ad esaurimento”, un’espressione tecnica che rinvia alla sorte psicofarmacologica della serialità precaria.

Quindi compilo e inoltro.

Non sono da solo, siamo 232.048 (alla Sicilia spetta il record: 33.754 iscritti). Ogni due anni crollo nella medesima buca e aggiorno il mio punteggio. Penso ai “corsi” on-line, pago per lavorare. Non è più un paradosso, il lavoro si compra. SISS (± 3.500 €), SOS (± 1.500 €), Master (± 2.000 €, punti 3), perfezionamento (600/1.000 €, punti 3), specializzazione (biennale, ± 650 € per anno, punti 3), scuole di dottorato e aggiornamenti. Più paghi e più scali la classifica. Punti su punti, il tuo score va verso il top, inizia il silenzioso conflitto della hit parade. L’insegnante precario è lo shooter di Doom, siamo nel labirinto, siamo nel forno delle grucce, nel pozzo artesiano di Alfredino.

Qualche anno fa il Ministro Fioroni aveva previsto 150.000 assunzioni in tre anni tra docenti e personale Ata. Fioroni negò ai docenti la possibilità di cambiare provincia dopo la scelta del 2007 (l’ultima utile per farlo) e promise di assorbire la maggior parte del precariato entro la fine della Legislatura. Ma lo saprete certamente, Clemente Mastella è uscito dal gruppo, il governo è caduto, si sono svolte nuove elezioni e al MIUR si è insidiata l’on. Mariastella Gelmini. La musica è cambiata, più grancasse e trombe, più melodie e meno accordi. Si è cominciato dalle ciclopiche amputazioni, e siccome le parole sono importanti le si è chiamate “Riforma della Scuola”: di fatto, solo quest’anno 42.102 posti in meno, ai quali andrebbero aggiunti 15.000 Ata (venti volte gli esuberi Alitalia).

Io ho scritto “amputazioni”, ma è come aver premuto il tasto reset sul Commodore 64.

Tutti abbiamo letto il decreto-legge 137/2008 con il maestro unico e le cazzate multiple, e non ci siamo sorpresi che sia stato approvato a Parlamento blindato, nel Dungeon del role-playing game che è la XVI Legislatura. La polizia s’incazza, scriveva farsescando Villaggio nel primi anni ’70. Oggi s’incazzano i genitori, ma senza uso di figure retoriche. Perché a subire l’onere e la responsabilità civile di questa Riforma siamo innanzitutto noi lavoratori della scuola, e poi gli alunni. Nella primaria il maestro è ormai unico, prevalente e psicotragico. Gli applicati di segreteria invocano la clonazione, i bidelli puliscono assistono controllano collaborano cambiano i ragazzi diversabili aprono e chiudono gli istituti (per 950 euro mensili). I Dirigenti-Sciamani maledicono il giorno in cui hanno messo piede in presidenza.

E io?

 

Io ho fatto la valigia e sono partito.

Iniziano così alcune storie. E alcune storie così finiscono. Sono passati otto anni e sembrerebbe non esser cambiato nulla. Lavoro per la Ciclopica Scuola Italiana, ci chiamano precari. “Precarietà” è il paradigma che ho imparato a declinare in ogni angolo della mia esistenza ormai geometrica.

Quantità, misure, punti, reddito e graduatorie (ad esaurimento, ricordatelo).

La mattina preparo il caffè, mentre fuori è ancora buio e la nebbia ingolfa l’aria come una bobina di cotone ghiacciato. È caldo, butto dentro lo zucchero, agito il cucchiaino portando la tazzina alla bocca. Quindi mi vesto e riverso intenzionalmente l’intera caffettiera sui miei pantaloni dell’Oviesse. È tardi, sono quasi le sette e trenta, ma lentamente mi spoglio e mi cambio, pensando al mio corpo come ad un albero di Natale.

Eccomi, arrivo giusto in tempo, mi siedo in fondo alla sala buia. È un atto di zombismo questo mio accomodarmi, sembrerebbe la prima inquadratura di Nitrato d’argento ma è un Collegio Docenti. Il tweeter stride al sibilo dissuasivo del Dirigente-Sciamano, davanti a me un centinaio di teste in burnout, alcune ormai vittime di una psicopatologia franca.

No, non esagero, non sono luoghi comuni o dicerie.

Parlano i dati, i fatti non sono congetture: già nel 1979 (quando ancora non esistevano gli SSRI) uno studio su 2.000 insegnanti dell’area milanese rilevò che il 30% del campione faceva uso di psicofarmaci. Lo studio del 2004 apparso sulla prestigiosa rivista scientifica La Medicina del lavoro conferma e ingrandisce quei dati, dimostrando che il disagio mentale, tra i docenti, è in costante aumento. Oggi, anche gli insegnanti “sani” (scientificamente definiti “la base”) sono “potenzialmente a rischio di logoramento psicofisico”.

 

La categoria professionale dei docenti, poiché maggiormente esposta ad usura psicofisica, rientra notoriamente tra le cosiddette helping profession. Nonostante ciò l’opinione pubblica ritiene che gli insegnanti fruiscano di una condizione privilegiata. La classe medica è praticamente all’oscuro delle patologie psichiatriche conseguenti al Disagio Mentale Professionale nei docenti (DMP). Nonostante in Francia sia stato da poco lanciato l’allarme suicidio nella categoria, ed in Giappone osservato il raddoppio delle malattie di natura psichiatrica in un decennio, continua la carenza di pubblicazioni scientifiche sul DMP degli insegnanti.

 

Ecco i miei colleghi precari e non, quella stirpe di esodisti in prevalenza meridionale e per molti conterrOnea, laureati per sfinimento più che per passione, abilitati in massa da Università sull’orlo di una crisi monetaria che sarebbe fallimento ma è S.S.I.S.. Quest’ultime ieri e il TFA domani sono state e saranno la rovinosa chimera di migliaia di uomini e donne che speravano di entrare nella scuola dimenticando che (ancora oggi) i vincitori di concorso del ’99 aspettano l’assunzione. Perché non “sistemare” loro prima di abilitare all’insegnamento il mucchio selvaggio dei laureati? Risposta: le Università avevano e hanno bisogno di soldi. Lo stesso movente ha spinto qualcuno a organizzare e proporre i ricorsi per l’inserimento “a pettine”: una “guerra tra poveri” dal costo di circa 300 euro a ricorrente (più l’iscrizione obbligatoria – nel caso dei ricorsi patrocinati dall’Anief – al “sindacato”).

E c’è quindi chi gioca sporco o è semplicemente disperato, allora ricorre. È il nuovo business del precariato. Ricorso per inserirsi “a pettine”, ricorso per trasferirsi, ricorso per stare a galla, ricorso per annullare il ricorso precedente. Chi li promuove è il pusher dei nuovi precari della scuola, crea dipendenza e cavalca l’onda psicodrammatica del precariato nella formula dell’insertcoin, fottendo centinaia di euro a colleghi poveri in canna. Solo nel 2009 sono stati presentati al Tar 6.381 ricorsi nominali. Fatti due conti a forfait (cento euro a testa), fanno 638.000 euro.

Il ricorso per l’inserimento “a pettine” nelle tre province aggiuntive (anziché in “coda”) ha generato un subbuglio senza precedenti.

Ricorrenti Anief vs Docenti Scapigliati, ecco l’inaudito beat’em’up a due dimensioni.

È stata inconcepibile l’incapacità dell’opposizione parlamentare di approfittare di questa situazione. Avrebbe potuto ragguagliare il risentimento prodotto dall’amputazione-Riforma e condurlo in Parlamento, dandogli voce. Ma così non è stato. Anzi l’on. Russo (PD) ha pensato bene di condividere la battaglia dell’Anief e dei suoi ricorrenti (definiti erroneamente su laRepubblica “precari del Sud”) mentre a sorpresa la Lega sosteneva i docenti scapigliati e annunciava che si sarebbe opposta con ogni mezzo agli inserimenti “a pettine”. La Lega è l’unica forza politica ad avere avuto le idee chiare sulla questione.

Comincia il calvario a botte di comunicati stampa, post, e-mail e notifiche. Il PD ciondola, e non si rende conto che gli interessi di queste poche migliaia di docenti (circa 6.000 in tutto) minacciano brutalmente quelli di circa 100.000 precari. L’Anief, dopo le vittorie al Tar del Lazio, ha chiesto l’annullamento delle recenti nomine a tempo determinato e indeterminato, cosicché un’incredibile angoscia ha cominciato a insinuarsi tra i precari che volevano lasciare le cose come stavano (lo slogan era “NON VOGLIAMO IL PETTINE, CI BASTANO I TAGLI”), soprattutto dopo la notizia di un possibile commissariamento del MIUR.

La paura degli Scapigliati si è presto tradotta in rabbia radicale contro il PD che ha perso – forse definitivamente – lo “zoccolo duro” dei sinistrorsi della scuola. Su facebook nascevano gruppi contro i ricorsi che si sarebbero trasformati in gruppi pro Lega e anti-giudici (del Tar), nel momento in cui il partito del carroccio avrebbe proposto un emendamento da inserire nel decreto salva-precari il 21 Ottobre 2009 (in realtà la firma è della on. Paola Pelino del Pdl).

La tensione cala, ha inizio il coro dei ringraziamenti per Bossi e Pittoni, il “pettine” è rimandato (forse) al 2011.

E tanti docenti precari, anche quelli meridionali che insegnano al Nord, cominciano a sentirsi verdi. Stanno diventando leghisti. Confidano nel celodurismo, nel tolleranza zero e nella secessione, nonostante siano meridionali, siciliani, sardi, calabresi. Il ministro Brunetta impugna il loro intestino, è il Renato-auruspico che discute le viscere del fannullone. Mentre Cota è stuzzicante e Bossi ecolalizza il nostro terrorismo ontogenetico, la parte malata che l’evangelion costituzionale aveva sopito fino a ieri.

 

Ho detto tanto ma non ho detto tutto.

 

Essere docente precario vuol dire che non hai un punto fisso nella tua vita. Vivi all’ombra di un Ciclope deforme che si chiama MIUR. Puoi dimenticare il centro di gravità permanente e alzare psicobandiera bianca.

In una parola, sei fottuto.

Gli studenti lo sanno, per questo mi credono ma non mi stimano. Mi vogliono bene, mi considerano buono.

Buono a nulla.

Guadagno 1.300 euro al mese (luglio e agosto niente), 600 li butto via nella tromba delle scale. È l’affitto da pagare. 2.000 euro per tornare il Sicilia a bordo di carri bestiame che chiamano treniTir ultracarichi (e senza revisione) guidati da chi non dorme da settimane. Le definiscono strade quelle del mio meridione, ma sono canali di scolo, sterrati da enduro, vene ostruite dal colesterolo depotenziato. E gli aerei? Aumentano i prezzi a Pasqua e a Natale, proprio quando siamo costretti a prenderli.

In Europa le dogane non ci sono più. Crollano le frontiere ma aumentano i costi, la geometria segue la china tumorale del dollaro. Non è strano che oggi si parli ancora di “Ponte sullo Stretto”. Anzi, è antropologicamente necessario, come quando un assassino pesta a sangue un tizio alla stazione nel cuore della notte, e alla fine gli dà il colpo di grazia. Le grandi opere, in questi casi, sono esecuzioni contemporiraniane in pena regola. Crollano le frontiere e crollano gli edifici scolastici, le case dello studente e le bidellerie.

Ma per noi che abbiamo speso tutti i nostri soldi per cercare un vero lavoro e non trovarlo, l’incognita dell’esodo precario propone incantevoli evoluzioni. È così che ci si compiace nel ritrovare nella periferia della periferia di Milano gli amiconi del borgo natìo, partiti anche loro dalla distanza dell’intero stivale per elemosinare una supplenza dalla coda dell’esaurimento.

Così dimentichiamo i pettini, i master, i pontisullostretto, le graduatorie ed il Ciclope.

 

Un Ciclope che, sfiga ha voluto, è pure strabico.

 

 

Apo Suez