di Luca Giudici
Probabilmente chi mi legge sa bene che io non sono né insegnante né precario. Non posso esimermi però, in ogni ruolo che mi rappresenta come essere umano, e quindi come compagno, padre, cittadino, intellettuale e sindacalista, di condividere pienamente la questione scolastica e quella – che le è strettamente legata – del precariato. Come altri hanno già detto e ripetuto in altri ambiti, la questione della continuità didattica è il vero perno del sistema, minato e scientemente disarticolato dalla precarizzazione radicale del corpo docente. La questione della precarietà deve proceduralmente essere scissa da ogni aspetto esistenziale o etico. Non posso non riconoscere che esiste una problematica di riconoscimento generazionale intorno alla questione, ma vedo questo aspetto molto più affine a temi come la crisi delle ideologie, piuttosto che alla precarizzazione del lavoro salariato. Storicamente altre generazioni sono state perfettamente in grado di ribadire il loro peso sociale, pagando un caro prezzo, in termini di vite e di storia. La modifica ‘de imperio’ dello stato di cose vigenti è fuori discussione, semplicemente perché lontana anni luce da ogni dinamica sociale, che oggi è più vicina a Groucho che a Karl Marx.
È doveroso però ribadire che raggiungere e permanere in una dimensione di solidità e equilibrio non è un processo affine alla dialettica hegeliana, e nemmeno all’analisi del salario: altrimenti nel lavoro – inteso come merce - non esisterebbero nevrosi ne malattia mentale, che invece compaiono dove il lavoro si scopre affermazione e autocoscienza. Comprendere la progressiva precarizzazione del rapporto lavoro-salario-capitale è cruciale perché snodo attraverso cui negli ultimi trent’anni è transitata la cosiddetta globalizzazione, e quindi la parcellizzazione della coscienza di classe. L’esportazione del lavoro verso una manovalanza terzomondista a minor costo (o anche semplicemente con un CCNL di categoria differente) è una prima forma di precarizzazione. Questo sinora lo si è potuto fare principalmente con le attività a basso contenuto intellettuale. Nel settore finanziario hanno esternalizzato le attività di ‘bassa manovalanza’ dove la relazione con il cliente non viene nemmeno sfiorata, ed anche in quei casi hanno avuto problemi grossi (al punto da vedere molte attività tornare nelle originarie allocazioni). I fallimenti a catena dei grossi call center sono un altro esempio di come queste procedure non reggono alla durata. Tutte le major della telefonia sono – di fatto – costrette a ritornare su posizioni molto più arretrate, per affrontare la continua concorrenza almeno in termini di qualità, e spostare la “bassa qualità” sulle produzioni terzomondiste. Discorso completamente differente deve essere fatto però per quanto riguarda la scuola. Un calo qualitativo e quindi di continuità nell’organigramma dell’azienda scuola porta inevitabilmente ad un abbassamento vertiginoso dei risultati ottenuti, pur a fronte di una riduzione dei costi. Ma la differenza, anche in termini strettamente economici non è paragonabile. Se io riduco – come dice, mentendo, il governo – i costi dell’8% non ho una riduzione qualitativa del rendimento paragonabile all’andamento di un’azienda privata, ma decisamente più elevata. Il ministro Tremonti dichiara che la manovra generale legata ai provvedimenti Gelmini produrrà nel biennio 2009/2010 e 2010/2011 qualcosa come 130.000 tagli, di cui 85.000 cattedre. In realtà il dato è ancora maggiore poiché quest’anno sono stati attuati altri 9000 tagli, e a ciò va aggiunta una redistribuzione degli orari tale che ha creato cattedre di 23 ore (illegali) e - di fatto – altri 20.000 posti tagliati. Per un totale nel periodo 2008-2012 di almeno 150.000 posti di lavoro. La manovra più pesante della storia dello stato unitario. I dati OCSE del 1990 dicevano che la nostra era la miglior scuola elementare del mondo, tremo all’idea di leggere quelli odierni. Per chi vuole divertirsi ulteriormente vale la pena di leggersi il DDL Aprea, del Presidente della Commissione Cultura (sic !) della Camera, in discussione ad aprile, e sicuramente approvato, visto che non si vede cosa o chi posa in qualche modo contrastarlo. Per essere obiettivi riporto solo la breve sintesi che ne da Repubblica: Trasformazione delle istituzioni scolastiche in fondazioni (art. 2): le istituzioni scolastiche possono costituirsi in fondazioni, con la possibilità di avere partner pubblici o privati.
Nuovi organi collegiali della scuola: oltre al collegio dei docenti e al dirigente scolastico (già esistenti) vengono introdotti nuovi organismi (art. 3): il Consiglio di amministrazione e un Nucleo di valutazione dell’efficienza, dell'efficacia e della qualità del servizio scolastico.
Istituzione dell'Albo regionale dei docenti (art. 14): possono iscriversi i docenti già abilitati e quelli che conseguono il titolo con i nuovi corsi universitari.
Concorso d’istituto (art.16): i concorsi vengono banditi con cadenza triennale dalle istituzioni scolastiche.
Articolazione della professione docente (art. 17): docente iniziale, docente ordinario e docente esperto.
Istituzione della figura del vicedirigente (art. 18). Penso che chiunque lavori nella scuola si renda conto delle conseguenze devastanti di un progetto analogo. “In sostanza” – cito Stefano d’Errico, segretario nazionale dell’UNICOBAS – “tutto ruota intorno alla concentrazione massima dei poteri nella figura del dirigente scolastico […] Esattamente come nelle scuole private si passerà ad assunzione e valutazione diretta del personale, smantellando il sistema dei concorsi pubblici e passando a band e commissioni esaminatrici di istituto presiedute dal dirigente scolastico. [….] Si introducono poi cinque distinte fasce stipendiali di merito dove il personale verrà collocato in base alla discrezionalità del dirigente.” (Stefano d’Errico, Contro la berluscuola, Rivista Anarchica, n°351, marzo 2010, pg. 19.) In poche parole, tutto ciò che non erano riusciti a fare passare nella riforma Gelmini, lo ripropongono qui, come DDL. Qui la ‘valutazione’ della CGIL. Io non commento, ai loro occhi forse questo dovrebbe essere un documento di condanna …. Un interessante approfondimento invece, tratto dal convegno Cesp “Precarizzazione del lavoro, gerarchizzazione dei docenti e democrazia” Lucca, 13 ottobre 2009, si trova qui . E il blog “Beata ignoranza” che – profeti - già da maggio dell’anno scorso ne parlavano (Beata Ignoranza). Ora, sicuramente le varie realtà che qui su FB ed in rete si occupano di precariato avevano già linkato questi materiali ed affrontato l’argomento in termini molto più approfonditi e precisi di come ho potuto farlo io. Come ho detto io non sono un tecnico, mi esprimo sono in veste personale, e di questo me ne scuso a priori. Ho cercato di fare una fotografia dello stato dell’arte, sperando che chi più competente di me potesse da qui partire e costruire iniziative concrete. Abbiamo i mezzi, il diritto ed il dovere di contrastare in ogni passo ciò che sta succedendo in questa scuola, continuiamo a farlo, il più possibile insieme.
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Niente è cambiato, ed è già trascorso un anno dalle giornate meravigliosi, febbrili, in cui io, S ed altri cinque amici avevamo organizzato una manifestazione dal titolo
'Il futuro è un asteroide nero e sta per caderci addosso'
E' vero, prima di organizzare 'Il futuro è un asteroide nero e sta per caderci addosso', eravamo spinti da una volontà semplice e senza fronzoli: fare, mettere su qualcosa. Però non sapevamo esattamente che genere di cosa. Non ancora. Dopo qualche scambio d'idee, dopo un brainstormingtutto sommato abbastanza veloce, dopo esserci riuniti in una stanza e avere discusso e fumato una discreta quantità di sigarette, prendemmo la decisione di organizzare un piccolo festival, dedicato al lavoro e al lavoro precario, perché ci eravamo persuasi che senza dubbio quella era la condizione in cui ci trovavamo da tempo e che quindi era arrivato il momento di parlarne. Eravamo impazienti di cominciare, di dare un po’ sfogo alle nostre delusioni, ed anche di mettere alla prova le nostre competenze. L'architettura e i contenuti della manifestazione erano stati concepiti secondo uno spirito molto dialogante. Prendemmo contatti con esponenti del mondo sindacale, giuslavoristi, politici appartenenti all'intero arco parlamentare, perché insieme spiegassero come si era giunti alla situazione presente -mancanza di lavoro, lavoro sottoretribuito, a termine, a chiamata, in condivisione, a progetto, lavoro dissimulato nella formula dello stage- e perché magari illustrassero in modo chiaro ed esaustivo una ricetta, una possibile via d'uscita dalla situazione di empassein cui tutta la nostra generazione, secondo alcune statistiche, si era venuta a trovare. Ascoltammo formule perentorie ed efficaci come: 'I giovani sono il bene più prezioso di una società'. Oppure: 'Dobbiamo trovare la forza, il coraggio di cambiare'.
Come evento di chiusura, a conclusione dell'intero cartellone, avevamo invitato l'attore Mario Porta con il suo spettacolo 'Squilli profondissimi', dedicato alla vicenda di un laureato in ingegneria aerospaziale impiegato in un call center. Molti di noi, spettatori, organizzatori dell'evento, erano usciti dal teatro con gli occhi gonfi di lacrime. 'Squilli profondissimi' era un'opera davvero molto commovente, nella quale, secondo le modalità del teatro di narrazione, si raccontava del dramma di un laureato in ingegneria aerospaziale che, vedendosi impiegato in un lavoro distante anni luce dalla professione che aveva sempre sognato, aveva cominciato a smontare il computer e l'apparecchiatura telefonica che gli era stata concessa in dotazione dall'azienda, per riconvertirla segretamente in un marchingegno molto sofisticato e in grado di captare onde radio provenienti dallo spazio. Gli 'squilli profondissimi', appunto, a cui il titolo dello spettacolo faceva riferimento. Nel corso del primo atto l'ingegnere continuava a lavorare duramente al suo progetto, senza che nessuno, fra i colleghi e i superiori, si fosse accorto della sua attività clandestina. Indossava le cuffie regolamentari, seduto nella sua postazione, e scompariva per ore e ore dentro mondi fatti di fischi e sibili sottilissimi che sfrecciavano alla periferia del suo campo uditivo. Il primo atto consisteva precisamente in una lunga e sfibrante immersione sonora dentro i padiglioni auricolari dell'ingegnere. Nel secondo atto il manager del personale, avendo autorizzazione a monitorare attraverso una linea esterna le telefonate dei dipendenti, aveva scoperto che l'ingegnere, anziché contattare gli ipotetici acquirenti per la vendita di un sistema domestico di purificazione dell'acqua, restava per ore isolato nel suo universo siderale, in ascolto di ossessive pulsazioni binarie e di frequenze numeriche che, come si scoprì in seguito, venivano trascritte per pagine e pagine e pagine, nel tentativo di decrittarle, e ciò aveva fatto ritenere al manager che si dovesse imputare proprio all'ingegnere la scomparsa di diverse risme di fogli dal carrellino della stampante, cosa che spinse il manager, senza troppi giri di parole, a licenziare in tronco Sergio Bernardinis, l'ingegnere aerospaziale, il quale così, colto in fragrante, decideva di recarsi sulla gradinata di fronte alla sede dell'università dove si era laureato e di suicidarsi con un improvviso colpo di pistola alla tempia, dopo aver gridato e recitato a memoria l'esatta sequenza numerica dei codici binari captati durante i lunghi mesi trascorsi al call center, nella speranza che qualcuno degli studenti o dei docenti in transito lungo la scalinata potesse fermarsi, ascoltarlo e verificare che in quel rabbioso diluvio di zero e uno potesse trovarsi la prova definitiva dell'esistenza di altre intelligenze nel campo dell'universo, nella speranza che il suo nome, Sergio Bernardinis, potesse prima o poi incidersi nella memoria dei posteri accanto a quello di Robert Penrose e Stephen J.Hawking.
Nel momento in cui la voce rotta di Mario Porta aveva pronunciato le parole '...e puntandosi la canna alla tempia', io, S e gli altri cinque amici, che sedevamo accanto, nella stessa fila di poltroncine, ci sentimmo attraversare da un unico brivido, un’onda che si propagò lungo i nostri sette corpi e che, plasticamente, ci parve la prova certa, inconfutabile, del fatto che le nostre vite, come quelle di una intera generazione, erano accomunate da un medesimo destino, dallo stesso groviglio intestinale di ansie e paure, e che era semplicemente scritto nelle cose che prima o poi, diventati adulti, sarebbe potuto capitare anche a noi di meditare il gesto irreparabile del suicidio, se qualcosa non fosse cambiato nelle nostre esistenze, per lo meno da un punto di vista lavorativo. Finito lo spettacolo, ci sembrò doveroso raggiungere i camerini e complimentarci con Mario Porta. Con gli occhi lucidi lo ringraziammo per aver stupendamente interpretato un personaggio nel quale ci riconoscevamo a pieno, fibra per fibra, come se Bernardinis fosse davvero una sorta di fantasma del nostro tempo, una piccola larva che aveva strisciato fra le nostre ombre in attesa di diventare vicenda e personaggio, e alla quale Mario P aveva donato una voce, una storia e il diritto non più derogabile a testimoniare la propria frustrazione. Mario Porta, dopo avere scrutato i nostri riflessi allampanati nello specchio per il trucco, si era voltato e ci aveva abbracciato uno per uno.
'Squilli profondissimi' era andato in scena al Teatro 'Licio Gelli', un edificio che dista in linea d'aria un paio di centinaia di metri dal grazioso cancelletto verde che fa da ingresso ad un piccolo bar circolo culturale chiamato 'Il punto morto'. 'Il bar è frequentato da studenti lavoratori, da volontari della Croce Rossa, da alcuni insegnanti supplenti e da due sosia, uno di Toni Negri e l'altro di Oreste Scalzone. Sono quasi tutti, senza distinzione, precari o disoccupati. Il bar, così, è diventato un luogo di mutua consolazione, dove si bevono drink per niente sofisticati e piuttosto economici, dove si discute del lavoro tanto a lungo sognato e che pure non arriverà mai.Progetti e sogni ad occhi aperti. I due gestori de 'Il punto morto' sono invece una coppia di ex studenti universitari, i quali hanno pensato di rilevare l'attività di questo bar che aveva aperto i battenti già ai tempi del primo governo di centro sinistra, all'epoca del varo del Pacchetto Treu. Un centinaio di metri più a nord, verso il centro storico della città, ecco invece 'Prospettive', la pizzeria dove S ha cominciato a lavorare da qualche mese. S può vantare un percorso di studi sostanzialmente non troppo dissimile da quello di molti avventori de 'Il punto morto'. Naturalmente, la condizione potenziale prospettata dal suo curriculum e quella reale e attuale presentata dal suo lavoro di cameriera, fa sì che S stia molto male e che occasionalmente si trovi molto angosciata. Una sera di non molto tempo fa è accaduto che l'attore Mario Porta, per una combinazione davvero strana, essendo lui di Roma, sia andato a mangiare una 'Quattro stagioni Bismarck' in quella stessa pizzeria dove lavora S. Probabilmente si trovava di passaggio. Erano esattamente dieci mesi che non si rivedevano. Dato che Mario Porta è un attore piuttosto conosciuto, dato che ogni giorno, con ogni probabilità, stringe la mano a decine di persone diverse, S non avrebbe mai immaginato che Mario Porta potesse riconoscerla così, al volo. Invece Mario Porta, quella sera, l'ha immediatamente individuata e l'ha chiamata al suo tavolo, esclamando, con voce efficacemente impostata: 'Hei, Esse!'. Mario Porta le ha quindi fatto cenno di avvicinarsi al suo tavolo, con un ampio gesto del braccio, ed S gli si è mostrata innanzi, bagnata in una luce completamente diversa dai giorni de 'Il futuro è un asteroide nero e sta per caderci addosso', una luce cupa e rossastra, l’incandescenza di una pizza appena emersa dal forno a legna. Mario Porta, con quella voce enfatica, perfettamente bilanciata sul diaframma, assolutamente priva di ogni traccia di salivazione, le ha chiesto, muovendo le labbra al rallentatore: 'Ma che cosa ci fai tu qui?'. Naturalmente, la domanda di Mario Porta non era di pura circostanza, ma lasciava intravedere un certo sottotesto, un sottotesto che denotava affetto e premura, che non era per niente sfuggito ad S e che poteva grosso modo corrispondere al seguente: 'Ma che cosa ci fai tu qui, a lavorare come cameriera? Non che ci sia qualcosa di male, assolutamente, non vorrei sembrarti una di quelle persone che disprezzano i lavori umili, ma, sinceramente, l'anno scorso mi avevi lasciato l'impressione di una grande professionalità, di una persona capace, preparata, e tutto il resto, e adesso vederti qui, con quel grembiulino col nome e il disegnino del ristorante, mi dà un certo dispiacere, davvero, sono francamente stupito, ne ricavo la sensazione che, in qualche modo, lo sforzo necessario a costruire la cinque giorni di dibattiti, spettacoli e letture teatrali a cui avevo partecipato, non ha dato i risultati attesi, non ha prodotto nessun significativo cambiamento nella tua esistenza, ed è tenendo conto di tutto questo che ora, ti prego, vorrei sapere che cosa ci fai tu qui'. Mario Porta, dopo aver formulato la domanda, ha srotolato la sua grande e avvolgente mano, con tutte le vene in rilievo, verso quella di S, che era a sua volta molto sorpresa di vederlo lì, nel ristorante pizzeria dove lavorava da qualche mese e dove non avrebbe mai voluto incontrarlo. La stretta di mano è durata un bel po', oscillando come una fune sopra il tavolino e l'apparecchiatura (la mano di S, congiunta a quella di Mario P, sembrava la parte di un’articolazione impazzita, che girava a vuoto, di un meccanismo più grande di cui s’ignoravano la funzione e le dimensioni), dato che S stava compiendo un enorme sforzo fisico per replicare alla domanda. S era talmente impegnata in quell'opera di ripulitura mentale che non si era accorta che la stretta di mano si stava prolungando già da qualche minuto, i palmi delle mani che allentavano e stringevano, umori e goccioline di sudore che penetravano da un derma all'altro, come parti di un codice, sintagmi di un testo straordinariamente complesso, che viaggiava confusamente attraverso la pelle dell'uno e dell'altro, nei due sensi di marcia, e che banalmente corrispondeva, nel caso di S, ad un cristallino momento di profondo e vertiginoso imbarazzo. In quei lunghi istanti, che si dilatavano e poi sprofondavano nel caos del ristorante, nella confusione della gente che parlava, della gente che mangiava e si raccontava idiozie, delle coppiette che maceravano nei loro silenzi, nelle loro crisi sentimentali, meditando la rottura che avrebbe potuto consumarsi proprio lì, in quel tavolo di ristorante, S tornava a chiedersi quale fosse la sua parte di responsabilità sugli esiti attuali della sua vita, quali errori avesse commesso. Ripercorreva alla velocità della luce i momenti decisivi della sua esistenza, le scelte fatte e quelle mancate. E poi pensava alla globalizzazione dei mercati, allo spostamento dei capitali, all’evaporazione dei diritti collettivi. Sentiva rabbia e impotenza, e la violenza cieca dei vettori astratti che governavano i mercati, processi così aerei e sfuggenti che al loro cospetto lei, e quelli come lei, non erano che ombre, comparse, piccoli starnuti e colpi di tosse nelle giornate vorticose del nuovo millennio. Mario Porta, invece, nella sua vivida sensibilità, affinata da anni di lavoro sulla psicologia umana, stava più modestamente assecondando la situazione e aspettando in modo abbastanza rilassato l'epilogo, mentre il suo manager, che gli sedeva accanto, guardava tutta la scena come paralizzato, con la mano incollata all'impugnatura della birra media. Alla fine S ha risposto, con voce tremante, 'Non lo so perché sono ancora qui. Forse la risposta alla sua domanda la conosce soltanto il suo amico', 'Chi?', L'ingegnere aerospaziale...', e ha sfilato la mano dalla presa, come da un guanto, e si è allontanata dal tavolo, arrossendo, si è tolta il grembiule, lo ha passato nelle mani di un cliente che usciva dal bagno, lasciandolo di stucco, ed è scappata dalla porta del ristorante pizzeria senza dire niente a nessuno.
Naturalmente una risposta vera, alla domanda di Mario Porta, c'era, ma era troppo dolorosa, e aveva a che fare con il fallimento e con il sentimento di un'ingiustizia oscura e impersonale che si era abbattuta sulla sua vita, sulla mia vita e su quella dei nostri amici. In ogni caso, l'incontro con Mario Porta (che era avvenuto a circa dieci mesi di distanza dal festival con il quale S avrebbe voluto mettere fine, anche soltanto da un punto di vista simbolico, alla sua condizione di precaria) ha provocato in S una fitta sequenza di tetri pensieri che l'hanno perseguitata durante tutto il tragitto verso casa, sotto un cielo assente, appena illuminato da qualche patetica stella, non prima di una sosta al bar 'Il punto morto' per una birra con altri conoscenti precari, pensieri così intensamente negativi da incenerire, in lei, ogni forma di resistenza, ogni speranza in un futuro appena degno di essere vissuto. S, durante la sosta al bar 'L'incertezza', si è schiarita la voce, ha chiesto che venisse abbassata la musica e ha cominciato a raccontare dell'episodio di Mario Porta, mentre i presenti si raccoglievano intorno a lei, in silenzio, alcuni sedendosi ai suoi piedi, altri più distanti, con le spalle appoggiate alla parete e accarezzandosi il mento. S ha raccontato di come l'incontro con Mario Porta abbia assunto per lei una valore chiaramente simbolico che l'ha spinta a concludere che, in qualche modo, tutto fosse ormai perduto e che la vita non fosse altro che saltare da un ristorante all'altro, da un lavoretto all'altro, da uno stage all'altro, fino a quando non saremo già molto anziani e del nostro passato non avremo più molto da raccontare, soprattutto perché, non avendo avuto la possibilità di avere dei figli, tanto meno avremo dei nipoti a cui trasmettere le nostre memorie sull'epoca travagliata ed eroica della precarietà di massa, ed anche perché quando saremo anziani verremo completamente assorbiti dalla necessità di procuraci cibo e medicinali, visto che non saremo riusciti a maturare una pensione. L'incontro con l'attore Mario Porta, per di più, ha fatto crescere in S una sorta di vergogna, di senso di colpa, mescolati ad un contraddittorio sentimento di abissale autocommiserazione, tanto che quella sera S ha dichiarato, pubblicamente, che se qualcuno avesse voluto raccontare in giro della sua vicenda, se pure sotto forma di utile testimonianza su 'questi tempi senza senso e senza pietà', avrebbe dovuto farlo usando non il suo nome, ma la semplice S iniziale, perché le avrebbe procurato un'enorme sofferenza sentire circolare il proprio nome, per le strade, nei bar, nei luoghi di ritrovo, associato ad una storia tanto lacrimevole e penosa. A quel punto il barista de 'Il punto morto' le ha offerto una birra media e tutti insieme, S, gli avventori, i sosia di Toni Negri e Scalzone, i due baristi, che comunque ce l'avevano fatta, almeno loro, a darsi un minimo di prospettiva di vita, hanno brindato alla loro generazione, sollevando i calici molto, molto in alto, più in alto che potevano, fino a incrociare il grande e ingiallito manifesto di San Precario che se ne stava appeso, forse dimenticato, sopra agli scaffali e all'ultima fila di bottiglie. 'Consentitemi una citazione', ha detto il barista, dopo aver posato il bicchiere sul bancone.
Quando S è arrivata finalmente a casa, c'ero io che l'aspettavo, seduto di fronte al computer, a rimuginare intorno all'architettura di un nuovo progetto di festival, il cui titolo, ancora provvisorio, era
'Suona un po' come un verdetto, ma giunti a questo punto appare del tutto fondata l'ipotesi che il nostro sistema produttivo stia collassando al modo di una gigantesca e abbacinante supernova.
Per una estetica e una fenomenologia della Fine'
Come S ha aperto la porta di casa, ho spento il computer e ce ne siamo andati a letto. Ci siamo tuffati nel grande letto matrimoniale con gigantesca spalliera in ferro battuto ereditato dai genitori di lei, così come anche il piccolo ma dignitoso appartamento che ci contiene lo abbiamo ereditato dai genitori di lei. Sopra di noi la spalliera in ferro battuto, pezzi di ferro modellati in riccioli e disegni enfatici, una tecnica di lavorazione elaborata in secoli di studio e lavorazione dei metalli, di cui noi non sapevamo assolutamente nulla. Così, questo letto, insieme ad armadi, mobiletti da bagno, tappeti, orti, terreni, piccole rendite, automobili, garage, aspirapolveri, fondi commerciali, attività commerciali, monolocali, servizi da tè, studi notarili, elettrodomestici, robot da cucina, negozi di frutta e verdura, ciondoli d'oro, argenteria, azioni, bot, cct, corredi da bagno e panetterie ben avviate o in fallimento, appartiene all'immenso patrimonio ereditato da un'intera generazione e che un'altra generazione, quella dei figli, la nostra, sta lentamente erodendo, rosicchiando, pezzo dopo pezzo, boccone su boccone. Che cosa resterà, di questo tesoro materiale e sentimentale, fra qualche anno? Mentre stavo prendendo sonno, mentre il mio corpo e quello di S si erano allineati, entrambi in posizione fetale, l'uno a fianco dell'altro, componendo una doppia S fatta d'amore, capelli d'oro e mucose, mi ha raggiunto la consapevolezza, nitida, brutale, di trovarmi ancora nel lettone del babbo e della mamma, i genitori di S, e questa consapevolezza si è infilata nel treno dei sogni, che stava per arrivare con uno sbuffo di vapore.
Capita una, forse due volte, nella vita, che qualcuno riesca ad indovinare una per una le parole che tu stai pensando. Io stavo pensando, col naso infilato fra i capelli di S, : 'Ma che razza di vita è questa, questa vita che sembra non avere mai inizio, per lo meno da un punto di vista strettamente professionale...'. Non che S le abbia indovinate, le parole, anzi, stava già dormendo, mentre Bettino, il merlo che avevamo in terrazzo, ripeteva ‘Siiiilvia-Siiiilvia-Siiiilvia’,ma dopo un po' S ha cominciato a parlare nel sonno, a brancicare, raccontare, una bolla di saliva sulle labbra. Era come se stesse cercando, nell’aria sopra il lettone, di tratteggiare la scena sognata, e la scena raccontava di lei, su di una scogliera, ‘Son-o su d-i u-n-a s-c-ogliera’,e del vasto mare che vedeva aprirsi sotto ai suoi piedi, dove giovani uomini e donne nuotavano verso la linea dell'orizzonte, e c'era qualcuno che affogava e qualcuno che, semplicemente, continuava a nuotare, faticando, perché tutto coperto da strati di mozzarella, ma nonostante questo, nonostante quei tranci di pizza carbonizzata che come pinne di squali le mulinavano attorno, questa persona non cessava, comunque, di muovere le braccia e nuotare, verso un punto immaginario di uno spazio omogeneo e ovunque brillante.
Ho 33 anni, sono mamma da due anni e mezzo e lavoro nella comunicazione pubblica da nove. Sono giornalista pubblicista dal 1996 e, in questi anni, ho maturato esperienze negli uffici stampa e collaborazioni con siti istituzionali, quotidiani e periodici. Insomma, mi piace scrivere e sono riuscita a farne il mio lavoro (per ora).
Nel tempo libero mi piace leggere, guardare la televisione (quel poco di buono che è rimasto), andare al cinema o a teatro.
Quali sono state finora le tue esperienze dirette di precariato?
Da cinque anni curo l’ufficio stampa del Comune di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna. Fino allo scorso luglio avevo un contratto co.co.co, oggi ho un contratto a tempo determinato che scade nel luglio del 2014. Quando ho firmato, non credevo ai miei occhi. Finalmente avrei avuto anch’io gli stessi diritti degli altri lavoratori: ferie, malattia e, soprattutto, buoni pasto!!!
Prima di questo contratto ho lavorato sia nel pubblico che nel privato. Posso dire di essere stata fortunata perché, in tanti anni, non ho mai avuto contratti “in nero”. E' forse la natura stessa del mio lavoro ad essere precaria e devo ritenermi fortunata rispetto a molti altri miei coetanei e colleghi.
So bene di vivere e di lavorare in una Regione, che ha una cultura del lavoro ben diversa da altre. Certo, non posso dire la stessa cosa della mia città d’origine. A Foggia, per lo stesso lavoro che faccio qui da anni, sarei pagata forse in nero o per cifre veramente ridicole.
Hai da poco aperto un blog, http://maracinque.wordpress.com/, perché? Cosa pubblichi e a che scopo?
Mi stanno a cuore tre temi: le donne, la comunicazione e la nostra generazione. Per questo, dopo averci pensato a lungo, ho deciso di fare il blog. Si chiama “Nonvogliomicalaluna” ed è nato come spazio di condivisione e di confronto su questi temi. Perché questo titolo? Da tempo mi chiedevo cosa volessi e poi un giorno, come donna e come lavoratrice, mi sono detta: “Non voglio mica la luna!”.
Il blog non è un diario, ma un taccuino di viaggio, una sorte di “Moleskine dell’anima” dove annotare parole (Carnet), pensieri (In punta di penna, Pensieri e parole) e storie (Aggiungi un posto a tavola), come quelle della mia famiglia attraverso le ricette che mi accompagnano sin dall’infanzia. Da poco ho creato una nuova sezione, Dalla Puglia con..., dove raccolgo storie di pugliesi e della mia terra. E poi, dopo aver letto quello studio della Banca d'Italia sulla mobilità del lavoro in Italia, ho pensato che sarebbe stato interessante ed utile raccogliere le storie di giovani (precari) in fuga dal Sud, ma anche le storie di quelli che tornano. Per questo è nata la sezione Tutta la vita davanti, ispirata all'omonimo film di Virzì, una sorta di manifesto della nostra generazione.
Il web può essere un modo per divulgare, conoscere, condividere. Ma, in concreto, pensi sia possibile 'migliorare' qualcosa nell'attuale condizione del precariato italiano che tu stessa conosci.
Di sicuro il web aiuta ad essere più consapevoli, favorisce uno scambio di informazioni che spesso l’informazione tradizionale ignora o preferisce ignorare.
Penso al sito “Repubblica degli stagisti”, che da uno spazio di nicchia è diventato uno strumento di approfondimento per quanti sono alle prese con la prima occupazione o, usciti dall’Università, devono orientarsi tra le più stravaganti proposte di stage, che sono o l’anticamera del precariato o nascondono occupazioni in nero.
Penso anche ai ricercatori dell'Ispra, che hanno creato un blog per informarci della loro protesta senza filtri.
I precari possono usare il web per fare rete, per non perdersi di vista. In questo senso penso che il web possa migliorare il nostro precariato. Al resto, però, deve pensarci qualcun altro.
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Un pomeriggio di qualche anno fa, mi arrivò una chiamata dalla mia caposervizio alla Nazione di Carrara. “È scoppiato un incendio”. Mi chiese di seguire, per il giornale, il rogo appena divampato all’interno di un villino, in una frazione di montagna. “Non ho capito se qualcuno si è fatto male. Forse un signore anziano, un pensionato. Vai e poi mi racconti”. Le indicazioni per il luogo dell’incendio erano molto sommarie, per di più non avevo credito sul cellulare e così non potevo contattare i vigili del fuoco per avere informazioni e coordinate un po’ più precise. Mentre risalivo i tornanti, interrogandomi di fronte a questo o a quel bivio, guardando gli squarci di mare che si aprivano in fondo, oltre le colline e gli stabilimenti industriali, continuavo a meditare su quella condizione ridicola, grottesca, diciamo pure: umiliante, per cui da più di un anno mi trovavo a lavorare per la cronaca locale di un giornale, fondato cento anni prima della mia venuta al mondo, utilizzando i miei mezzi e carburante per gli spostamenti, il mio cellulare e la ricarica del mio cellulare, per poi venir pagato così: cinque euro ad articolo. Meditavo e seppellivo materiale emotivamente tossico, lo tumulavo dentro il mio corpo, da qualche parte, come parole discese da una ruminatio dolente e rabbiosa. E poi lampi di auotoironia, ironia, autocommiserazione. Il solito film. Un pattern emotivo di molti, materia psichica nel tempo agglutinata ed espansa. Come se qualcosa stesse prendendo corpo, boccheggiando lungo i fondali, e si fosse poi accasato nel sistema nervoso, acquistando le funzioni di un organismo, simile al Blobfish, il pesce molliccio dalle fattezze espressive comiche e deprimenti.
Da principio avverti un borborigma, un pigolio subacqueo, poi ci familiarizzi e neppure te ne accorgi quando, essendo cieco, il Blobfish sbatte contro le pareti dell’esofago, quando lo ascolti schernirti con battute alla Enrico Beruschi o deprimerti con i suoi aforismi pessimisti e radicali. Il pezzo di Giorgio Fontana, pubblicato qualche giorno fa anche su questa pagina, ha avuto l’effetto di rimettermi in contatto con i ricordi di quella mia vita precedente, quando si tirava su cinque euro a pezzo e le molecole del Blobfish si stavano già strutturando. Non che la vita di oggi sia più liscia e semplice, è solo più disincantata, un grumo di sfiducia. E’ l’effetto del tempo, l’effetto che ti fa ritrovarti a che fare, dopo anni, con gli stessi ostacoli, le stesse morfologie, le stesse discontinuità di sempre, con le stesse inossidabili cornici emotive –insuperabili, metafisiche- con l’intuizione per cui un giorno ti accorgi di aver allevato una creatura preistorica e ipercontemporanea, animale e pop, che vive nel tuo corpo. In realtà Giorgio si chiedeva ancora qualcos’altro: perchè i giovani intellettuali e scrittori hanno un accesso così limitato, episodico, circoscritto, soppesato e calibrato, alla carta stampata? In realtà, qualche giovane scrittore ce l’ha fatta: Roberto Saviano, Marco Rovelli, che ha una sua rubrica sull’Unità, e non saprei Giulio Mozzi. Che sono i tre scrittori menzionati da Giorgio. A me sembra che, piuttosto, non abbiano nessun ruolo, nessuna attenzione, nessun spazio dedicato, all’interno di un mezzo più decisivo, che è ovviamente la televisione –sebbene la televisione, per uno scrittore, non sia lingua materna- che si regge sull’opera di strateghi e professionisti della comunicazione, ma dove la presenza dell’intellettuale narratore è estremamente rarefatta oppure soffocata all’interno di contenitori dove di tutto circola e tutto è appiattito al profilo della merce spettacolare. Non mi pare che nessuno in questi anni abbia innalzato una Torre degli Asinelli televisiva dove issare Carmelo Bene. Con la sola eccezione degli speciali tv dedicati a Roberto Saviano. Con l’altra eccezione, una tantum, delle lecturae dantis di Roberto Benigni, per via di una qualità riconciliatoria e di pedagogia nazionalpopolare, che è apprezzabile. Di Mediaset non parliamo. Ma forse sono gli autori televisivi che non sanno più costruire pulpiti intorno a un messaggio, a una voce, o vengono ostacolati nel loro lavoro. Tornando alla mia piccola esperienza, quella trascorsa all’interno di una redazione locale, vorrei aggiungere un elemento: la non valorizzazione delle risorse umane e delle intelligenze. Ho sempre notato una certa insofferenza, in questi piccoli giornali, verso ogni originale contributo di creatività. La risposta che mi sono dato è questa, è semplice, è persino Alberoniana: la mancanza e\o frustrazione dell’eros, in queste tante redazioni che lavorano sparse lungo il Paese. Se è difficile per uno scrittore, un blogger, guadagnarsi un fondo su Repubblica o sulla Stampa, non dovrebbe esserlo, a rigor di termini, dentro quegli spazi asfittici e raggrinziti, che hanno bisogno di acqua e vita, come piantine stressate da una lunga stagione di alte temperature, che sono le pagine locali del Carlino, della Nazione, delle varie Gazzette. Eppure, se ben utilizzate e rappresentate, queste intelligenze potrebbero portare movimento, varietà di contenuti e lettori. Perché non accade? La mia sensazione è che, come ovunque, nei piccoli giornali si tiri a campare. Manca una visione, manca l’eros e l’appetito necessario a riattivare un tanto di passione, manca un progetto, manca la voglia di partecipare, includere e abbracciare, manca un po’ di joie de vivre. Forse esiste una verifica editoriale che esige che i fogli locali si conservino dentro questa non vita vegetativa. Non so. Forse sono controllati dai ras di provincia, dalla malapianta delle post-massonerie e consorterie da bar sport. Non so. Piccolo, preoccupante inciso: qualche giorno fa un’amica giornalista, appena licenziata, senza troppi complimenti né giusta causa, avendo un contratto di collaborazione, mi raccontava di aver spedito un cv ad un magazine on line che si occupa di recensire wine bar, ristoranti, happy hour. Avendo in curriculum significative collaborazioni con Espresso, Diario, Europeo, si è sentita rispondere che quella redazione si ritiene fieramente antiscalfariana, anticomunista, dedipietrizzata, e di conseguenza non aveva nessun interesse o piacere ad inserirla nel proprio organico per recensire il sushi bar di Foro Bonaparte. Si è così ritrovata a pagare l’umiliazione supplementare di vedere il proprio lavoro scannerizzato da uno schema di analisi artificiale e violento, confezionato per l’uso dentro la bocca di qualche peones o editorialista. Qualcosa mi fa credere che questo episodio costituisca indizio di un’increspatura più generale nella valutazione delle intelligenze. Quando si dice: i pozzi sono stati avvelenati.
In questi anni si è tanto parlato di riterritorializzazione, di creazione di reti territoriali. I politologi dicono: la Lega ha vinto perché sta sul territorio, è radicata. Ipotesi: da questo punto di vista, se queste piccole e ammuffite redazioni locali, i free press metropolitani, chi li dirige, chi li finanzia, se avessero un sussulto e aprissero porte e finestre, sarebbe altrettanto importante e significativo, per ciò che la nostra parola può fare, di vederci pubblicati su Corriere o Repubblica.
[Questo racconto di Alessandro Busi è apparso su Scrittori Precari, racconto ispirato dalla lettera che Pier Luigi Celli ha scritto a suo figlio e che è stata pubblicata sulla Repubblica]
E adesso?, mi chiede, dove vai, cosa pensi di fare, adesso?
Io gli sto seduto di fronte e ascolto la sua voce profonda. Mi è sempre piaciuta anche da bambino la voce di mio padre. Una volta, mi ricordo, una volta era in camera mia la sera, che mi leggeva una storia per farmi dormire. Mi leggeva una storia, che raccontava di un ragazzino con i capelli ramati, che era arrivato sulla terra per scoprire come vivono gli umani, e poi si affezionava ad una ragazzina e decideva di vivere qui, e faceva alleare il mondo nostro con il mondo suo, e vissero tutti felici e contenti. Mi ricordo che stavo a letto e lo ascoltavo, e mentre lo ascoltavo sentivo la testa che mi vibrava sotto i bassi della sua voce, e mi piaceva e l’avrei ascoltato per ore. Adesso, invece, non lo guardo nemmeno negli occhi. Anche la sua voce mi sembra diversa. Non ha più quel modo fermo che ricordavo. Sembra come che quella tonalità bassa, nasconda qualcosa che non va: insicurezza, domande. Allora io non lo guardo e sto seduto, e mi scortico le dita con la bocca, mentre tengo gli occhi fissi sulle scarpe di mia madre che sta in piedi davanti alla finestra e non dice una parola.
Il giorno che vinsi la borsa di dottorato ero a casa della mia ragazza, di Marta, e fu proprio lei a dirmelo. Io ero in cucina che facevo il caffè, quando la sentii urlare come una pazza e ridere in maniera isterica.
Sarà uscito un nuovo video degli Eels, pensai, conoscendo il suo innamoramento per Mark Oliver Everett, invece mi sbagliavo.
Mi accorsi che mi sbagliavo, quando la vidi arrivare in cucina saltellando con il portatile in mano. Quando lasciò il portatile con la pagina dell’università aperta, e quando mi mise le braccia al collo e mi diede un lungo bacio a stampo sulle labbra.
Marco, adesso che pensi di fare, Marco?, mi dice mio padre, adesso che torni a casa, che pensi di fare?
Io continuo a fissare le scarpe verdi di mia madre, e guardo i suoi passi attorno per la stanza. Sul tavolo, le tazzine sporche di caffè hanno lo zucchero indurito dentro. Penso che le lascerò nel lavandino senza lavarle, tanto, mi dico, tanto poi chissenefrega. Mio padre continua a chiedermi cose sul mio futuro a cui non so rispondere. Forse potrei dirgli che cercherò un posto da commesso nel nuovo centro commerciale vicino a casa, magari nel Trony, dove gli può interessare la mia laurea e il mio mezzo dottorato in ingegneria informatica. Magari potrei dirgli anche che poi, se mi faranno un contratto che duri più di due mesi, cercherò casa da solo e andrò a vivere con Marta, ma non riesco a dirglielo. Non riesco a dirglielo, perché, come mi aveva detto una sera un mio amico che studiava psicologia, quando dici una cosa è come renderla vera, è come se la facessi materializzare, e allora se rispondessi a mio padre, sarebbe come farmi crollare il mondo addosso.
Il giorno che venne revocata la mia borsa di studio, per ragioni di ordine economico e nonostante apprezziamo il lavoro da Lei svolto in questi due anni, così recitava la lettera di comunicazione, il giorno che venne revocata la borsa di studio con cui venivo pagato, andai subito nell’ufficio del preside di facoltà, che mi accolse preparato. La segretaria mi fece entrare senza attese e lui era seduto dietro la scrivania e mi disse accomodati, facendo il segno con la mano. Mi disse anche che, prima di lasciarmi parlare, aveva bisogno di dirmi che era estremamente dispiaciuto per ciò che era accaduto e che non avrebbe mai voluto una simile situazione. Aggiunse che purtroppo è un periodo di crisi e che tutti avremmo dovuto fare dei grossi sacrifici, tirare la cinghia, disse, ma che purtroppo erano cose che non dipendevano da lui. Forse, aggiunse ancora, forse ha proprio ragione il mio amico Pierluigi Celli, con cui eravamo a scuola assieme alle superiori, a dire che i giovani devono andare all’estero. Io lo lasciai parlare e, lì per lì, gli risposi che capivo, che era ovvio che non fosse colpa sua, ci mancherebbe, gli dissi, era solo che…poi non finii la frase, mi alzai, gli strinsi la mano e mi girai verso la porta. Nei cinque metri di tragitto verso l’uscita, pensai che quelle che aveva detto erano tutte cazzate, che lui aveva un potere decisionale e che, in fin dei conti, questo stato di cose, questo stato di cose dove i genitori negano il futuro dei figli, l’aveva deciso lui, non io. Mentre abbassavo la maniglia, pensai anche che quel Celli era proprio stronzo, perché è troppo comoda avere una posizione di potere e poi dire al figlio, vattene dall’Italia. Troppo comoda non assumersi mai le proprie responsabilità, all’interno di una situazione dove si comanda. Troppo comoda lavarsi la coscienza così, cazzo, pensai, mentre chiudevo la porta dietro le mie spalle.
Per riportare tutta la mia roba a casa abbiamo affittato un furgone. Mia madre è seduta in mezzo, fra mio padre che guida, e me, che guardo fuori dal finestrino. Dopo aver chiuso la porta di casa, caricato le ultime due valigie e consegnate le chiavi alla portinaia, che mi ha salutato dicendomi che le spiaceva tantissimo che me ne andassi, non ho più parlato. Dopo aver sorriso alla portinaia, non ho più detto una parola.
Una volta in autostrada, ho acceso la radio, che rompesse la monotonia del solo rumore del motore che si sentiva in macchina. Il dj parla delle settimane bianche prenotate per il mese di dicembre, per le vicine vacanze di Natale. A riguardo, intervista il direttore di un importante albergo di Cortina.
Devo dire che nonostante la crisi ci sono moltissime prenotazioni, dice con voce composta e accomodante, alla fine una settimana di lusso e svago non se la nega nessuno.
Mio padre continua a fissare la strada, come ipnotizzato. Scuote solo leggermente la testa, poi mi lancia un veloce sguardo e abbozza sulle labbra un sorriso amaro.
Il lavoro c'è, sono i posti di lavoro che mancano. In estrema sintesi, è questo il messaggio che Thomas H. Benton, professore associato di Inglese allo Hope College (Holland, Mich) ha lanciato quasi un anno fa dalle colonne del periodico on-line The Chronicle of Education, per il quale si occupa di carriere e occupazione sul “fronte umanistico”. E a chi lo accusa di voler spezzare i sogni dei giovani, obietta: “Non sono io che faccio a pezzi i loro sogni. Lo hanno già fatto decenni di politiche nell'educazione superiore, insieme alla nostra incapacità, come corpo docente, di aiutarli.” (The Chronicle of Education, 13 Marzo 2009).
A quasi un anno dall'uscita, lo speciale Just don't go (uscito in due pezzi, il 30 gennaio 2009 e il 13 marzo 2009) non perde in mordente e attualità. Vale la pena parlarne qui in Italia, dove per molti versi la situazione è simile, e dove la scelta di proseguire gli studi all'estero appare a molti un'alternativa credibile alla disoccupazione, anche fuori dalle cosiddette scienze dure, tradizionali ambiti di emigrazione dei cervelli.
Che le materie umanistiche non siano le più indicate per trovare lavoro, lo sapevamo senza bisogno di scomodare Thomas Benton. Ci viene rinfacciato, più o meno quotidianamente, da ingegneri ed economisti che deridono i precari umanisti o, peggio, negano l'esistenza della crisi al grido di “Colpa vostra, ve la siete cercata”. Quel che invece è interessante, è l'esauriente, puntuale descrizione di come funziona il mercato del lavoro accademico. Siamo sicuri che negli USA ci sia la manna che cade dal cielo? Il docente americano, sulla base della propria esperienza, la pensa diversamente. “Just don't go”, è il suo consiglio ai neo-laureati che pensano di intraprendere un PhD in materie umanistiche. E spiega, punto per punto, come funziona il mondo accademico: pochissime posizioni retribuite, sempre meno tenure positions a fronte di un aumento di figure instabili: Lecturers, Adjuncts Professors, Research Professors e chi più ne ha più ne metta. Riuscire a ottenere una borsa di studio per passare cinque o sei anni della propria vita a studiare Jane Austen – argomenta ancora Benton – ha poco a che vedere con il diventare, un giorno, un professore con tutti i crismi (benefici previdenziali inclusi). Ecco come si diventa disoccupati con un PhD. A questo punto, o continui a lavorare, senza tutele e sottocosto, nell'illusione di acquisire quell'ulteriore esperienza e quelle ulteriori referenze che possano portarti a una svolta, oppure cerchi lavoro fuori dall'accademia. Con dieci anni di troppo sulle spalle, nessun risparmio (quando non ci sono debiti da pagare) e nessuna competenza pratico-tecnica. Questo quadro occupazionale è destinato a non cambiare per i prossimi decenni, argomenta ancora il docente: non ha senso sperare in un'ondata di pensionamenti, che in anni di recessione offrono il destro per tagliare cattedre in eccesso. In eccesso – puntualizza Benton – non rispetto all'effettiva necessità di lavoro, ma rispetto alle scelte economiche e strategiche degli atenei. Sic stantibus rebus, un PhD in materie umanistiche è consigliabile a una minoranza di persone, che dispongano di solide reti familiari in accademia, possibilmente di un cospicuo patrimonio o, al limite, di un coniuge con una posizione solida.
Non c'era bisogno di andare fino negli USA per imparare tutto questo: chi scrive ha sentito dire a un docente, in un'aula strapiena di matricole: «Questa è una facoltà che potete fare se e solo se siete ricchi di famiglia», proprio così, fuori dai denti. I tre requisiti del dottorando ideale suonano poi estremamente familiari al lettore italiano: per un'ironia della sorte, il più capitalistico ed efficiente dei sistemi perviene agli stessi risultati del peggior familismo e clientelismo italiano. Con una differenza: negli USA si studia per diventare avvocati e commercialisti a 22 anni, avendo il primo ciclo di università alle spalle, e di conseguenza, una percezione più realistica delle proprie condizioni e possibilità economiche; i percorsi di studio sono più graduali e flessibili, consentono maggior spazio di manovra. In Italia scegli la facoltà a a 19 anni, ed è per sempre: se alla fine della laurea di primo livello non trovi lavoro e vuoi cambiare ramo, devi rifarne un'altra daccapo. Passare da una triennale in Comunicazione a un biennio in Marketing (o viceversa), per esempio, è un'impresa degna di Eracle: ma sono davvero ambiti così distanti? Senza parlare dell'assurda distinzione, tutta italiana, fra Lauree Specialistiche, Master e Master di II livello, che portano l'umanista depresso a specializzarsi in ambiti più “produttivi” (editoria, giornalismo, risorse umane) dopo non uno, ma due livelli universitari, alla tenera età di 24-25 anni (cioè quando i giovani degli altri paesi hanno il primo scatto di carriera). E per fortuna che col 3+2 dovevamo velocizzarci e diventare “competitivi” sul mercato europeo.
Bisogna capire i meccanismi del mercato a cui (non) si accede, ci dice Benton, o si finisce per esserne stritolati, attribuendo a se stessi le colpe e non alle regole di una “partita truccata in partenza”. Sacrosanto. Ma quando dall'analisi si passa alla pratica, le risposte non sono facili. La conseguenza di questo ragionamento dove porta? Ad accettare lo status quo – causato, intendiamoci, non da chi lo analizza lucidamente, ma da chi ne genera le premesse economiche e materiali? Il docente sostiene di sì, accusando di immaturità i giovani che, non volendo accettare la triste differenza tra i loro sogni e la realtà, condannano se stessi a una perenne adolescenza, come se si potesse “vivere in eterno senza mai doversi prendere cura di figli piccoli o genitori anziani”. Ma non è questo un altro modo, più sottile, per colpevolizzarci di una situazione che ci viene imposta? Non sarebbe più opportuno cercare di cambiare lo status quo? Magari smettendo di lavorare gratuitamente e rispondendo in coro: “Se non avete bisogno di nuovo personale sta bene, però a tenere gli altri 38 corsi di questo semestre ci andate voi”?
Nel frattempo, rimane valido il suggerimento dato da Benton agli umanisti più testardi: tenete gli occhi aperti sul mondo, non disprezzate le attività non accademiche, acquisite competenze diverse (cominciando da quelle informatiche, troppo spesso disprezzate da chi vive con la testa tra le nuvole), e soprattutto acquisite la capacità di “surfare” fuori e dentro l'accademia. Possibilmente per cambiarla, immettendovi nuove domande e nuovi contenuti dal mondo “reale”.
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di B.K.
[B.K. racconta il suo primo colloquio di lavoro presso un call center tra l'ironico ed il divertito, non nascondendo una punta di amaro sotto il palato]
Sono anni che mi sento ripetere che sono snob. Sempre, continuamente, che si parli di qualunque argomento dai libri alla musica, dalla cucina all’abbigliamento, dallo sport ai viaggi, ecco il mio interlocutore calare l’asso nella manica, l’aggettivo che riesce sempre ad inchiodarmi. Snob.
E me lo tengo lì. A farmi compagnia.
Ho terminato un dottorato di ricerca (lavoro snob per eccellenza), sono in quella fase transitoria in cui tutto è possibile. Il lavoro accademico latita e, se c’è, non è retribuito o è molto poco retribuito. Insomma di ricerca in Italia non si può vivere. Me lo ripeto io come fosse un mantra, me lo ripete il mio professore, tra lo sconsolato, il rassegnato, e l’indifferente (eh sì, in ogni caso lui la sua cattedra e il suo lavoro certo lo ha, ha preso l’ultimo posto utile e s’è accomodato), me lo ripetono conoscenti, amici, parenti. Me lo ripete chiunque, a volte, con uno strano ghigno di soddisfazione. Che paese è questo, dove la ricerca muore e una buona parte dell’opinione pubblica resta totalmente indifferente? Che paese è questa Italia in cui un dottorato di ricerca è un investimento “a perdere”, in cui la cultura è sempre “a perdere”? Devo darmi una mossa, il mio conto in banca è pericolosamente troppo vicino al mio colore preferito. Quindi è necessario scendere da questo immaginario piedistallo, dalla torre d’avorio, e gettarsi nel mondo del lavoro. E quando scrivo lavoro, intendo qualunque genere di lavoro, purché abbia un regolare contratto. (Sì, ho già lavorato anche senza contratto ed è un’esperienza che non intendo ripetere mai più). Quale proposta m’è stata fatta nell’immediato? Perché non invii il tuo cv ad un call center?
Reduce dalla lettura del testo agrodolce di Michela Murgia, reduce della visione del suo adattamento cinematografico di Virzì…mi dico, che, sì, dai, andrò a vedere com’è sto call center. In barba a chi mi vuole sempre con la puzza sotto il naso, io ci vado. Vado a provare sulla pelle certe sensazioni.
Così eccomi pronta per il mio colloquio di lavoro.
La struttura è enorme. Sono in piena fase di espansione. Sale da allestire con nuove postazioni, ampliamento dell’organico. Mi danno un badge e lascio il mio documento d’identità (volessi mai arrecar danno a codeste strutture?). Aspetto che la responsabile alle risorse umane mi riceva per quello che lei stessa definisce poi come il “primo step”. Quello che mi colpisce, a parte la sua aria da velina, è l’uso che fa di alcuni termini inglesi. Mi parla di “customer satisfaction”, di “team leader”, quasi volesse abbagliarmi, volesse confondermi. Non faccio una grinza, non muovo un muscolo. Sto lì, l’ascolto, tento di intuire se abbia la vaga idea di quello che mi sta dicendo. Quando arriva al nodo cruciale, con aria supponente mi chiede come io, che provengo dall’Università – come se fosse un pianeta distantissimo – possa cavarmela a gestire questioni pragmatiche, come possa io riuscire a tener testa ai clienti al telefono. Le spiego con posatezza che, sebbene il lavoro accademico possa parere solipsistico, non lo è affatto. (Si, si, lo so, io sto bluffando…ma il lavoro accademico, con tutti i suoi limiti è quello che voglio fare da “grande” e chiunque si sappia districare in quel mondo è pronto alla nobile arte dell’improvvisazione teatrale). Lei sgrana gli occhi. Mi dice che non conosce il termine. Non capisco di che stia parlando. Poi…ecco, la responsabile del personale non conosce il termine “solipsistico”. Opto per un “autoreferenziale”, ma la vedo poco convinta e sul mio viso c’è uno strano sorriso compiaciuto. Scacco alla regina, direi.
La velina, che ora ha il viso incupito, mi chiede se lascerei il mondo accademico per il lavoro con loro, per un’azienda che è in espansione. Non lo lascerei, bella mia. Certo che no. E non si tratta di snobismo, io lì ci ho messo anima e cuore, e credi che lasci tutto per le tue magnifiche sorti e progressive? È sempre più sconcertata. Muovo con calma le mie pedine. Sai, tesoro, ho sempre sognato di mettere in difficoltà una pseudo psicologa, una che se ti chiede a che animale vuoi assomigliare pensa di sapere tutto di te. Beh, io voglio essere un pesce rosso. Memoria di quindici secondi. Una vita senza ricordi, senza fardelli. Ma tu, velina, credi che io possa risponderti il leone, il cane, un bel gattino, un cavallo. Non stiamo giocando alla fattoria e i tuoi trucchetti da quattro soldi mettili via. Tu non potrai interpretare chi sono, potrai fingere di avermi incasellata, ma io ho decisamente fatto saltare i tuoi schemi. Scacco ancora una volta.
Passiamo al “secondo step”.
Sala enorme. Piena di postazioni. Siamo in nove. Davanti a noi il “capo dei capi”. Dovrebbe intimorirmi forse. Mi sembra solo un quarantenne arrogante. Va giù con la paternale della produttività, dell’idea di gruppo. Noi siamo un gruppo, un team, e siamo vincenti. La logica è essere vincenti. Chi ti scrive i testi, Willy Pasini? Accanto a lui c’è la velina. Ma è lui stavolta a condurre il gioco. Ci va durissimo con un paio di persone. Quasi tutti hanno esperienza in call center che hanno chiuso. È così preso dalla sua boria da mettere alle corde una donna che è alle mie spalle. La incalza. Perché vuoi cambiar lavoro tu che hai un contratto indeterminato? Cosa ti fa credere che da noi sia lo stesso? Chi ti credi di essere Cassano? Va in crescendo. La voce alle mie spalle comincia sicura, fornisce spiegazioni generiche su problemi familiari, poi durante l’interrogatorio si incrina, si fa flebile quando viene paragonata a Cassano. Ad un fuoriclasse, precisa il capo.
Una lastra di vetro può subire svariati colpi, ma non infrangersi. A volte basta invece un colpo meno violento, che riesca a trovare l’esatto punto di rottura, e si distrugge in mille pezzi. Così la voce della donna alle mie spalle si fa impercettibile e sento solo un singhiozzo. Davanti a sconosciuti è costretta a confessare il problema di salute di suo figlio.
Mi vergogno. Mi sento una nullità. Mi fa pena il dolore di una madre, mi fa pena l’insensibilità di un gradasso. Cala il silenzio. Penso che è ok, che può bastare, che è ora di alzarsi e andar via. Invece la velina mi anticipa. Tocca a me.
Rispondo punto per punto, con calma, alle banali domande che mi sono rivolte, cerco di contenere la rabbia e di pensare ad una stoccata finale. Qualcosa che lasci il segno, prima di non vederli più.
Me lo fornisce il grande capo su un piatto d’argento. Che cos’è il precariato? Se non lavori bene, se non dai il massimo, se non crei il team adatto, se non hai feeling, sei fuori, lo sai?
Il precariato è la piaga sociale di questi anni, caro.
Tu e la tua responsabile del personale vi nutrite delle sciagure altrui.
Volevate un animale in cui identificarsi?
Voi siete avvoltoi, sciacalli.
E io in meno di cinque minuti sono già all’esterno dell’edificio. Colloquio concluso.
«Mi piaci. Mi piaci. Ci rivediamo presto»
Non so, sciacallo, se ci rivedremo. Io credo di no.
E se dovessi aver superato i tuoi test, stai certo che mi toglierò l’aria da snob e ci lavorerò con te.
Che io debba cominciare a pensare ad un “Guida intergalattica di sopravvivenza al call center e agli sciacalli”?
Perché si sopravvive, vero? Ci sarà pure un modo, che io ancora non conosco, per non essere schiacciati, triturati e inglobati in quel meccanismo tremendo che ho solo visto in controluce? Ci sarà un modo, più sottile, acuto, per dar scacco matto al re?
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TEMA:
VITE DA PRECARI tra creatività e follia
COS’È
GioCOCOnCOrso per racconti di max 3000 battute sul tema del precariato.
REGOLAMENTO1) Per chi ha un blog:
a) pubblicare il racconto sul proprio blog con in calce il link a questo post con il regolamento.
b) scrivere una mail a zoppaz chiocciola yahoo punto it con OGGETTO "rif. racconti PRECARIATO". Nella mail è necesario indicare il link al racconto pubblicato, il nome o il nik dell'autore, link al suo blog.
2) Per chi non ha un blog o non vuole pubblicare sul proprio:
come sopra, a parte allegare il racconto (in formato .rtf o .doc) via mail, anziché pubblicarlo.
DURATA:
I giochi si aprono il 17 dicembre 2009, quando su REPUBBLICA XL uscirà la segnalazione e si chiudono il 17 gennaio 2010. Prossimamente terrò l'indice dei racconti pervenuti sul mio blog, e aprirò una pagina web in cui li renderò visibili. Successivamente al 17 gennaio sceglierò i vincitori, come al solito a mio insindacabile giudizio. Una selezione dei migliori raccolti a tema sarà inviata a degli editori nella speranza che qualcuno li pubblichi.
TAGLIO:
Saranno privilegiati i racconti ironici, fantasiosi e assurdi (astenersi componimenti patetici).
COSA SI VINCE:
Gioia, gloria e chissà... una pubblicazione se ci va di culo.
[Questo articolo è uscito sul Fatto Quotidiano il 17 dicembre 2009, e riprende la questione della lettera di Celli a suo figlio, offrendo però un punto di vista diverso grazie alle interviste a italiani che risiedono già all’estero. Federico è un corrispondente dall'estero e vive in Messico; gestisce il blog RadicalShock, incentrato sia su una lettura dei fatti italiani con lo sguardo disincantato di chi si trova in un altro paese, sia sulla cultura messicana].
Pochi giorni fa scoppiava una polemica a causa di una lettera inviata da Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, al figlio, pubblicata in prima pagina da Repubblica.
Celli consigliava al figlio di andarsene dall'Italia, per studiare in un'università straniera. Lamentando l'ambiente asfittico di un'Italia in cui si va avanti solo con amicizie, raccomandazioni, apriva uno squarcio su una situazione che non riguarda solo il presente, ma caratterizza il nostro paese da tempo.
Se un uomo che ricopre la posizione di Celli poi, ha così poca fiducia nelle possibilità di questo paese, tutti i comuni mortali cosa devono fare? Diventano cervelli in fuga.
“Io non mi sento un cervello in fuga. Io mi sento piuttosto una persona che ha delle risorse che vengono sprecate”. Simone vive a Bogotà da 5 anni. Fa il fotoreporter e lavora per giornali svizzeri, brasiliani, colombiani. Dà lezioni di politica latinoamericana all'università e non ha nessuna intenzione di tornare in Italia. “Dopo anni passati a lavorare gratis e a elemosinare un lavoro in Italia, metto piede in Colombia e comincio a fare quello che so fare. Scrivere, fare foto. Pagato per questo. Sembra fantascienza in Italia. Da poco anche prodotto e diretto un documentario sui Falsos positivos, le migliaia di persone che vengono assassinate dall'esercito e dai paramilitari, in nome della lotta al narcotraffico. I nuovi desaparecidos. Il documentario sta girando il mondo. In Italia no, ovviamente”.
Silvia lavora all'Istituto per il Commercio Estero a Città del Messico. “Dopo una laurea in scienze della comunicazione, in Italia vai a fare la commessa da Trony. Io qui lavoro in un'istituzione governativa. Ma soprattutto è aumentata la mia qualità della vita.”
Il tratto comune di una generazione di trentenni emigranti è sempre lo stesso: quando escono dall'Italia, professionalizzati, spesso laureati, emigrando in un paese qualsiasi, si “scontrano” con la meritocrazia, con la correttezza professionale.
“Ho risposto a un annuncio pubblico su internet, racconta Federico, cercavano un assistente alla produzione e diffusione di documentari, a Lussas, nella regione dell'Ardeche, in Francia. Sono stato contattato per un colloquio immediato a Parigi. Mi hanno preso subito solo perché ero quello che rispondeva meglio al profilo richiesto. Un semplice criterio meritocratico. Io ho pensato, qua mi stanno prendendo in giro. Invece mi ritrovo a lavorare in uno dei centri più importanti d'Europa nella produzione di documentari, con una casa pagata e 400 euro di rimborso spese. Quello che ti sconcerta è che esci dall'Italia e smetti di essere un ragazzino e diventi all'improvviso un professionista. È il riconoscimento del tuo valore che ti colpisce come un pugno in faccia”.
Sono sempre più i trentenni che emigrano all'estero, non importa molto dove, per provare a fare quello che in Italia non è possibile: il proprio lavoro.
E non si tratta delle “teste di serie”, di quei pochi numeri uno che rappresentano l'eccellenza nei vari campi della scienza o della tecnologia e della medicina. Quelli sono eccezioni, sono rarità che fuggirebbero dall'Italia comunque, perché sono i migliori, e i migliori non restano nemmeno in Europa, ma accettano incarichi nelle università più prestigiose del mondo, negli Stati Uniti, ad esempio.
Questa truppa di migranti invece è composta da trentenni della classe media. Professionalizzati ma “normali”. Partono perché sono stufi di dover fare gavette infinite, di dover riempire il Curriculum di esperienze lavorative disparate, bizzarre e inutili, che servono solo a mantenere in piedi uno stile di vita esagerato, a pagare affitti e pieni di benzina, a pagare le pensioni ai sempre più anziani che popolano l'Italia.
“Sono una di quelle che è emigrata in Nord Europa” racconta Viola, giornalista, emigrata in Svezia. “In un mondo in cui non esistono più confini geografici o economici, non considero la mia cittadinanza elemento sufficiente per restare e non vedo lo scandalo nel “piantare baracca e burattini”, quindi sono partita per Stoccolma. Mi definisco emigrante a tutti gli effetti, a volte un po’ per provocazione. Sono molto disillusa ma in fondo al cuore di alcuni di noi resta un po’ di attaccamento alla bandiera (quando ci sono i mondiali di calcio). La prospettiva di una realizzazione professionale e, di conseguenza, personale è quello che cerco. Il mitico nord Europa è il luogo dove le capacità, la serietà, la voglia di imparare, ma soprattutto la correttezza vengono premiate. Il luogo in cui ai bambini di prima elementare viene insegnato che siamo tutti uguali, non davanti a chissà quale Dio ma di fronte all’insegnante e al mondo intero. Per tutte queste motivazioni sono qui e resterò qui, fino a prova contraria.”
Non c'è rancore nelle parole di molti dei nuovi emigranti. C'è però finalmente la certezza, la fiducia di poter trovare qualcosa da fare o il modo per realizzarsi.
Questo tassello è l'altro lato della medaglia di un paese annichilito. Dove sono le forze attive del paese? Molte se ne vanno, rinunciano alla famiglia, la base della nostra società, al sogno di un lavoro sicuro, della macchina nuova, e partono, diventando subito produttivi altrove. È l'altra faccia di un paese che non ama i suoi figli. Non abbastanza da trattenerli sul suo territorio.






